sabato 28 aprile 2012

fix me, 30 years old


E adesso è giunta l'ora di sistemare le cose. Di pareggiare tutti i conti in sospeso, cicatrizzare le ferite, dismettere i trucchi. Far coincidere dentro e fuori, senza doppi binari, senza rimpianti.
Mi lascio alle spalle un decennio difficile da decifrare, bello solo perché non poteva essere altrimenti, denso e triste dietro la maschera. Tutte le strade su cui ho trascinato i miei bagagli, tutti i tassisti che mi hanno vista piangere, ogni bar in cui ho bevuto un bicchiere di troppo, le notti sempre troppo brevi, gli incroci che mi hanno attesa, quelli che non sono mai arrivati.

Mi è servita così tanta vita per trovarmi. Mi sono dovuta perdere e non una volta sola. Ho provato tutto quello che non volevo per riuscire a capire cosa desideravo davvero. Non ho mai avuto un buon dialogo con me stessa: ho sempre scritto per gettare ponti nel vuoto, sperando che qualcuno avrebbe risposto all'appello, che una voce si sarebbe fatta avanti, m'avrebbe spiegato chi ero e dove stavo andando.
Non è accaduto ma poi è arrivato il demone della narrativa e mi ha salvata. La prima luce, il tassello primogenito che andava al suo posto. Era il 2008 e compivo 26 anni: mezza decade se l'era mangiata un buco nero e non sarebbe tornata più. L'altra metà l'ho spesa a dimostrare che si può vivere a doppia velocità, battere il tempo e la morte, allagare le case, rompere tutti gli argini che mi si sono parati di fronte.

Sono entrata nei trent'anni seduta al tavolino di un ristorante dell'Alfama. Accanto a me una sessantenne con smalto corallo e orecchini dorati ha brindato alla mia salute, i fadisti hanno intonato un "happy birthday to Laria, happy birthday to you". Mentre la padrona di casa si faceva avanti con una mela caramellata al Porto e una candelina posata in cima, mi sono passati davanti tutti i compleanni della mia vita, in cui non ero mai dove avrei voluto essere. Ma alle 23,30 del 21 aprile 2012 occupavo il posto giusto. Era proprio il mio, era perfetto. Con un gruppo di vecchi ubriachi e rumorosi e un uomo che mi stringeva la mano, che si commuoveva con me, che mi parlava senza dire una parola. Il secondo tassello, la mia luce più luminosa.

Comincio a capirci qualcosa in più, cari lettori che vi sorbite i miei deliri dal 2007. Adesso intravedo gli incastri e le combinazioni, e non voglio più sussurrarla, non ho più paura che svanisca se la nomino. La felicità.
Finalmente è giunto il tempo di sistemare tutti gli errori, di dare uno spazio e un senso a tutto. Mi sto aggiustando, pezzo dopo pezzo, e sono pronta ad affidarmi agli specialisti per darmi una mano. Sì, non mi vergogno più di chiedere aiuto. Le conseguenze di questa decade le voglio disciogliere in tutti i sorrisi che verranno, le voglio lavare via giorno dopo giorno.

Scrivo dalla terrazza della mia casa a Bozzano, seduta sulla pietra calda come facevo quando avevo quindici anni. Tra poco il tramonto tingerà il cielo e gli ulivi, affogherà nel lago e coprirà anche le mie parole. Non mi sarei immaginata qui, così, non mi sarei saputa raccontare il futuro che mi attendeva e anche oggi non so cosa mi riserva domani. Ma non mi spaventa più.

giovedì 5 aprile 2012

on the road

Ho una libreria ordinata per nazionalità e a volte basta guardarla per capire che la mia vita sta andando nella direzione che voglio, nonostante tutto. Nel destino, io ci ho sempre creduto. Ma non quello delle botte di fortuna piovute dal cielo. Il destino è una scelta, una strada consapevole.
Ho un'immagine che mi perseguita da anni. Sono ai piedi di una montagna altissima e devo raggiungere la cima. Posso farlo, sono riuscita ad arrivare fin qui. Ma ho paura. Se mi guardo indietro non vedo pianure e laghi, ma un burrone profondissimo: l'ho risalito palmo a palmo, a suon di bestemmie e lacrime. Tutta la fatica compiuta mi atterrisce, mi schiaccia contro il suolo. Sono esausta e vorrei fermarmi qui, sdraiarmi sull'erba a guardare le nuvole che passano e non pensarci più.
Ma la montagna è il mio destino e anche se ad ogni passo la vedo allontanarsi sempre di più è solo un'illusione ottica, un tranello che mi tende la stanchezza. Se mi fermo, avrò perso. Se mi fermo, sarà come non aver mai scalato quel buco. E allora io vado avanti e andare avanti è il mio destino. Andare avanti è una scelta che compio, una forza che oppongo e assecondo.
Perché io voglio piangere tutto il mio pianto e ridere tutto il mio riso. Non c'è sosta che valga il prezzo che impone, non c'è compromesso che tenga.
Arriva la primavera e noi andiamo avanti. E questo è il nostro destino.
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