Stanotte sono tornata nelle tue stanze. Ho camminato attraverso i decenni e ti ho ritrovato allo stesso posto, identico a come ti ricordavo. Appena dimesso per la prima volta dall'ospedale, con il cane che ti faceva le feste e la nonna che stirava il guardaroba, dai fazzoletti alle lenzuola - l'odore della trementina a stordirmi come allora, a irrigidirmi i polpastrelli.
Stanotte ho fatto la strada a ritroso solo per rivedere il tuo viso, il tuo sguardo turchese sbiadito, da pistolero dei film che amavi tanto, i pochi capelli bianchi rimasti ai lati della testa, su cui t'ostinavi a scherzare sempre.
Stanotte ho sfiorato la tua pelle, solo per sentire ch'eri reale, che stavi bene, ch'eri ancora lì, con me: ti ho toccato il braccio e mi sono piombati addosso quegli anni di giochi e rimproveri e di colpo ero nell'orto, a bighellonare col cane e tutte le ore del mondo a mia disposizione: in quel quadrato che allora era il mio unico regno - un regno degno d'un re.
Avevamo appena vendemmiato e da sotto il pergolato spoglio l'odore della terra inzuppata d'acqua mi saliva alle narici, s'allargava sotto la suola degli stivali di gomma rossa.
Stanotte sapevo che avrei trovato i miei attrezzi nella capanna di lamiera, che in fondo al vialetto c'era una seduta minuscola in pietra, fatta apposta per me.
Stanotte sapevo che ero al sicuro. Lì, dove le mura e i pavimenti cantavano anche il mio nome. Lì, in un tempo che non esiste più. Dove mi stai ancora aspettando.
giovedì 20 ottobre 2011
martedì 11 ottobre 2011
sponde

In quest'aria di vetro, le nostre voci rimbalzano da una sponda del fiume all'altra, si spengono sul limitare dell'acqua. Per scaldarci abbiamo i maglioni - e gli abbracci: non sei abituato eppure soffri meno di me, ché non mi basta mai il calore e vorrei sbucciare il corpo che ti porti dietro, riprendermelo tutto, strato per strato.
[La solitudine ha un sapore opaco, è una finestra appannata che offusca la vista. Cosa ne avremmo fatto dell'abitudine al cinismo, delle giornate da stipare come un cassetto - dello shopping compulsivo, dei viaggi-fuga, della felicità urlata in faccia al mondo. Non lo so. Non lo sapremo mai.]
La città è tutta qui: è questa e non ne avanza altra. Se la raccogli nel palmo della mano e la scuoti un po', vedrai cadere la neve.
La città fredda è morta, tanto tempo fa. Passeggiamo in un cimitero di ricordi e passioni, tenendoci per mano. E non ce ne ne importa niente
giovedì 6 ottobre 2011
l'era degli ignavi
Ieri sera a Santo Spirito - luogo che amo e detesto in eugual misura - un barbone, dopo aver cercato in tutti i modi di farci assaggiare delle arachidi che teneva in mano, ha predetto una fine del mondo molto vicina. Vedremo il sole sorgere a ovest, parola d'onore.
Sto sperando in un finale così suggestivo, perché i segni che mi si parano davanti sono tutt'altro che gloriosi: temo che c'attenda un armageddon per implosione, per decadimento, per ignavia.
I segni, dicevo. Contatti su Fb il cui unico aggiornamento di status in un anno è il delitto di Perugia. Gara sui social network a chi trova la frase più d'effetto per comunicare al mondo che Steve Jobs è schiattato. Orde di indignati per la (fasulla) chiusura di Nonciclopedia e anticonformisti a tutti i costi che brindano all'autoscuramento di Wikipedia. Il tutto condito di insulti, qualunquismo e - che ve lo dico affà? - zero interesse ad approfondire davvero l'argomento.
Questa è la rete oggi, in Italia. Lo specchio degno di un paese atrofizzato, di una generazione che l'ha presa nel culo ma cazzo c'ha l'iphone, dove vince solo chi urla più forte.
Dove abbiamo perso tutti.
Dove abbiamo perso tutti.
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