Un’amicizia profonda, un panorama verdeggiante, una malinconia intrisa di nostalgia e voglia di riscatto, di un sorriso. Il breve viaggio di due amiche su una bici sgangherata alla ricerca di un mare sempre troppo lontano.
Il mio racconto "Quanto è lontano il mare" da oggi fino a venerdì in 5 puntate su Cinquecapitoli.it
Buona lettura!
[ps. si tratta di un piccolo spoiler del mio terzo romanzo, che ho iniziato a scrivere questa primavera]
lunedì 26 settembre 2011
lunedì 19 settembre 2011
tredicesima
L'ultima volta che ho pescato una carta era la tredicesima. L'arcano senza nome m'invitava a passare la soglia, a divenire messe e mietitrice, ad aprire la porta al nuovo ciclo: in piedi, prendermi l'onda in faccia. Fino in fondo. Per dirla tutta, ci sto ancora volando sopra. E non voglio più scendere.
L'ultima volta che sono stata certa di quello che desideravo, avevo tredici anni e puntai il dito sul liceo classico. Da allora, la luce non si era più accesa. Ero andata avanti come presupponevo facessero tutti: tentativi, colpi di caso e fortuna, scelte più o meno di comodo. Niente vocazione, nessuna passione, neanche un colpo di testa, per me. E che fatica ogni volta doversi convincere di aver preso la rotta giusta, quando non c'era nessun porto dove avrei voluto approdare.
La scrittura era solo il canto delle sirene a cui mi sforzavo di non dare ascolto: il sogno relegato da sempre nell'iperuranio, a cui non regalare mai troppa fiducia, troppo tempo, troppe speranze.
Da quando sto quassù, le prospettive si sono ribaltate.
Sostanzialmente, non me ne frega un emerito piffero del 99% delle cose a cui le persone danno importanza. Ho provato a fingere interesse, ma quando mi sono decisa a lasciarle andare non mi sono mancate, neppure per un secondo.
Adesso che lo so, non posso più permettermi di tenere la luce spenta.
Quello che voglio lo conosco e non volterò il viso dall'altra parte.
Perché sono felice, quassù. Come non sono mai stata.
L'ultima volta che sono stata certa di quello che desideravo, avevo tredici anni e puntai il dito sul liceo classico. Da allora, la luce non si era più accesa. Ero andata avanti come presupponevo facessero tutti: tentativi, colpi di caso e fortuna, scelte più o meno di comodo. Niente vocazione, nessuna passione, neanche un colpo di testa, per me. E che fatica ogni volta doversi convincere di aver preso la rotta giusta, quando non c'era nessun porto dove avrei voluto approdare.
La scrittura era solo il canto delle sirene a cui mi sforzavo di non dare ascolto: il sogno relegato da sempre nell'iperuranio, a cui non regalare mai troppa fiducia, troppo tempo, troppe speranze.
Da quando sto quassù, le prospettive si sono ribaltate.
Sostanzialmente, non me ne frega un emerito piffero del 99% delle cose a cui le persone danno importanza. Ho provato a fingere interesse, ma quando mi sono decisa a lasciarle andare non mi sono mancate, neppure per un secondo.
Adesso che lo so, non posso più permettermi di tenere la luce spenta.
Quello che voglio lo conosco e non volterò il viso dall'altra parte.
Perché sono felice, quassù. Come non sono mai stata.
giovedì 1 settembre 2011
orizzontalità
Può odiare l'estate solo chi è depresso 365 giorni l'anno e poi piomba nell'unica stagione
dove tutti tranne lui sono felici e sembrano volergli ricordare continuamente quanto è sfigato.
dove tutti tranne lui sono felici e sembrano volergli ricordare continuamente quanto è sfigato.
A volte succede così, che mi si spezza il post in due: di colpo il fiato non basta più a nascondere a me stessa la mancanza profonda d'un senso, di una comunicazione che da possibile diventa sterile. E allora via, cancello un'altra bozza senza rimpianti.
Oggi sono le contrapposizioni e non le analogie a definirmi, per questo le sfumature diventano un tabù necessario e inenarrabile.
Mi faccio un caffè e lascio che il disgusto si sedimenti sul fondo del bicchiere - alchimista che trasforma il fastidio in spinta all'azione. Le parole le regalo tutte agli altri, a quelli che hanno per forza bisogno di raccontarsi fino in fondo, che si sentono illuminati dalla loro banalità, laddove per banalità s'intende l'assoluta e disgraziata orizzontalità del pensiero.
Io continuo imperterrita a zappare il solco del karma e benedico ogni cicatrice.
Perché sono viva. E ho sempre amato anche settembre.
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