Sorgeva salata dal mare l'ondata densa del libeccio e il sole ci sprofondava dentro. Il giorno affogava, le barche di luce veleggiavano lontane, dicevano addio, addio. Non aspettateci, dicevano.
Addio, bisbigliavano le tamerici al vento, alla sabbia che mulinava nell'aria, che disegnava i contorni dorati e già indistinti di tutte le cose.
Sorgeva salata dal mare la notte odorosa, agganciava il suo manto alle chiome dei pini, e tutto un frinir di cicale dai poggi dietro la spiaggia lentamente accordava il suo caldo canto.
Saliva la sera con le sue promesse di lune specchiate nell'acqua, di lacci e di baci disciolti, d'impronte lucenti sulla battigia.
Per aria ci stava solo chi sapeva volare e noi quaggiù alzavamo lo sguardo, salutavamo i gabbiani e le prime stelle, noi ch'eravamo plasmati di terra e cullati dal mare, noi che senza paura ascendevamo alla vetta dell'isola mentre la sera saliva come marea.
Andavamo lassù, per dominare il mondo con uno sguardo appena, per chiuderci dentro gli occhi quell'universo per sempre, quell'universo ch'era nostro e nostro soltanto, che avevamo nominato ed era sorto qui, ai nostri piedi. Qui, dove una volta c'era soltanto un'isola.
