
Era ossessionata dai torti, dalle persone che l'avevano ferita, da tutto il dolore che aveva ingoiato e nascosto in fondo agli occhi.
Era perseguitata dalle parole che non aveva mai detto: in sogno uscivano fuori a tradimento, scivolavano nelle conversazioni come cose di poco conto, spiccioli che poteva gettare sul bancone d'un bar, offrire senza scoprirsi. Tutta la rabbia rimossa defluiva così, nello stato onirico che la trovava padrona delle sue emozioni: un coma naturale da cui si svegliava stanca e appagata.
Sondava il livello di costrizione dai malesseri che si portava dietro. Ogni rimozione era un colpo ben assestato ai reni, all'intestino, alla pelle. Una mappa dolente che poteva leggere lei sola, stampata sul corpo.
Ne andava fiera e a volte, nelle notti d'estate, trovava qualcuno a cui raccontarlo. Un estraneo che entrava in quel suo mondo stretto e umido senza averne consapevolezza, che avrebbe potuto intravedere dietro il suo viso tondo e perfetto la sagoma di qualcosa di diverso, qualcosa che non prendeva mai aria a sufficienza, ch'era cresciuto verde e malato, all'ombra d'una costrizione coltivata in serra. Avrebbe potuto ma non accadeva mai.
D'altronde, era la condizione ideale per calare la maschera: svelarsi a tizi a cui non importava, assordarli con una logorrea imprevista e poi sparire. Scaricare la diga dei cattivi pensieri e iniziare a tirare su un nuovo muro, dalla mattina dopo. Senza imprevisti, senza catarsi esistenziali.
Era un mondo che andava avanti per inerzia e accumulo, quello che leggeva sulle facce degli altri.
A un mondo così non valeva la pena regalare niente.
Erano tutti definiti e inconsapevoli, pronti a creare drammi e raccontarsi a vicenda, a imprigionarsi per giorni e anni in quel che avevano detto d'essere agli altri.
A un mondo così non valeva la pena mostrarsi. Neanche per gioco.
