martedì 24 maggio 2011

serra



Era ossessionata dai torti, dalle persone che l'avevano ferita, da tutto il dolore che aveva ingoiato e nascosto in fondo agli occhi.
Era perseguitata dalle parole che non aveva mai detto: in sogno uscivano fuori a tradimento, scivolavano nelle conversazioni come cose di poco conto, spiccioli che poteva gettare sul bancone d'un bar, offrire senza scoprirsi. Tutta la rabbia rimossa defluiva così, nello stato onirico che la trovava padrona delle sue emozioni: un coma naturale da cui si svegliava stanca e appagata.
Sondava il livello di costrizione dai malesseri che si portava dietro. Ogni rimozione era un colpo ben assestato ai reni, all'intestino, alla pelle. Una mappa dolente che poteva leggere lei sola, stampata sul corpo.
Ne andava fiera e a volte, nelle notti d'estate, trovava qualcuno a cui raccontarlo. Un estraneo che entrava in quel suo mondo stretto e umido senza averne consapevolezza, che avrebbe potuto intravedere dietro il suo viso tondo e perfetto la sagoma di qualcosa di diverso, qualcosa che non prendeva mai aria a sufficienza, ch'era cresciuto verde e malato, all'ombra d'una costrizione coltivata in serra. Avrebbe potuto ma non accadeva mai.
D'altronde, era la condizione ideale per calare la maschera: svelarsi a tizi a cui non importava, assordarli con una logorrea imprevista e poi sparire. Scaricare la diga dei cattivi pensieri e iniziare a tirare su un nuovo muro, dalla mattina dopo. Senza imprevisti, senza catarsi esistenziali.
Era un mondo che andava avanti per inerzia e accumulo, quello che leggeva sulle facce degli altri.
A un mondo così non valeva la pena regalare niente.
Erano tutti definiti e inconsapevoli, pronti a creare drammi e raccontarsi a vicenda, a imprigionarsi per giorni e anni in quel che avevano detto d'essere agli altri.
A un mondo così non valeva la pena mostrarsi. Neanche per gioco.

giovedì 19 maggio 2011

satura



E forse, adesso, è arrivato il momento d'andare più a fondo, di non trattenersi più, d'abbandonare la riva. Il punto perfetto per saltare lo cerco da così tanto d'essermi dimenticata la gioia dello slancio, la tensione che corre dal cervello alle dita, che rigurgita fuori senza più filtri.
E abbandonare quella misura ch'è da sempre la cifra della mia vita, della mia scrittura, del mio stare al mondo.
Forse è arrivato il momento di non pianificare più niente, di non aver paura del luogo in cui le parole mi conducono, di liberare ricordi e invenzioni. Senza più chiedermi se sono all'altezza, senza indugiare nel massacro delle mie capacità.
Scrivere a rotta di collo, nel finale d'una scopata fiacca che riprende forza quando non l'aspettavi e ti porta via tutto il fiato - ti piega neuroni e lacrime verso il basso - la forza che trascina con sè quel che veniva prima e ti satura l'immaginazione - allora, sì, conquistare tutto, fino in fondo, serrare gli occhi e andare sotto, divergere gli argini.
Allagare la casa e finire sul tetto, a perdersi nel cielo, coi piedi a mollo. Trionfare.
E prendersi tutto.

martedì 17 maggio 2011

tessuti

Quel che potevamo, l’abbiamo messo in tavola. Le mie arance, le tue controindicazioni, tutta la vita che c’hanno spremuto fuori dagli occhi – quella che ancora si poteva immaginare, senza farci male. La nostra perpetua mancanza e la cedevolezza dei tessuti, dove rifugiarsi se non ci piace troppo quel che vediamo fuori.
Quel che potevamo, l’abbiamo inventato senza remore. D’essere vivi e sperare ancora, di colpe ancestrali e ambizioni collaudate, delle tue dita, dei miei capelli: dovremmo pagare il pegno, un giorno.
Quel che potevamo e ancora, sì, senza prendere fiato. Non abbiamo vergogna, non chineremo la testa: questo è quanto ci spetta.
Quel che resta dei giorni che verranno, delle parole scivolate via, delle gole riarse, delle mie labbra, delle tue palpebre.
Dell’arrendevolezza, quel che ci spetta.

domenica 8 maggio 2011

rinascite



Eppure si può. Aprire la mano e lasciar scorrere via. Scrollare spalle e nuca, scoprirsi leggeri in un attimo - nuovi e rinnovati. Puliti.
Si può cercare il buono e seminare, reinventarsi il mare in uno sguardo, saggiare chi siamo affondando i denti, dar fuoco ai limiti. Riderci su.
Eppur si può. Il pensiero è luce che scende e abbaglia, ha già risolto tutti gli enigmi, ha disintegrato muri e paure e adesso si vede l'orizzonte, da qui - immenso e inutile.
Si può, sì, e basta muovere il primo passo. Gustare ogni fremito delle scapole, ogni fruscio d'erba. Imparare ad ascoltare. Conquistare ogni grammo di felicità.
Si può. Basta volerlo.

lunedì 2 maggio 2011

rancoroso



Quello che accade al rancore
inizia al lato della bocca
dei bambini frustrati
dei troppi desideri, alla deriva

Per via del rancore, adesso
io non so più chi sono
potevo essere altro
il molto che non è accaduto

Intorno al rancore
un cuore di cipolla, a strati
dimenticare ci fa bene
è quel che possiamo

Per colpa del rancore
s'inventano strade e date
per colpa del rancore
mi manca sempre il mare

Sempre, io anelo la distesa insensata
e il sangue poroso di iodio

Sempre, io cerco l'orizzonte che fuggo
che fuggo per via del rancore
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