venerdì 29 aprile 2011

a testa bassa

It's always better on holiday
so much better on holiday
that's why we only work when
we need the money
(Franz Ferdinand - Jacqueline)

Fuori, va tutto allo sfascio. La spirale s'arrotola su stessa più e più volte: è un vortice inspiegabile d'orrore a cui non si può proprio stare dietro. E allora tutti a parlare delle nozze inglesi. Non me ne frega un cazzo, posso dirlo? Sono più interessata al motivo per cui la mia gardenia non è ancora fiorita, forse l'ho trascurata troppo ché l'entropia incalza e non possiamo mettere un segnalibro ai giorni per poi tornarci sopra più avanti, tocca affrontare tutto subito, tocca arrendersi all'inevitabile incompetenza, armarsi di speranza e fatica e via, a testa bassa.
Qualcuno un giorno mi spiegherà perché febbraio non finisce mai e aprile non fai in tempo a srotolare la lingua sull'ultima sillaba ch'è già maggio. Qualcuno un giorno si siederà di fronte a me e m'insegnerà come funziona il moto del desiderio, mi convincerà di sinapsi e fenormoni, di connessioni intergalattiche tra gli affini.
Qualcuno mi dirà perché di colpo rigurgito parole dopo mesi di siccità, come mi frulla in mente un'idea nuova e quanto vale - se vale.
E finalmente forzerò le serrature, avrò di fronte un mondo nuovo e pulito, tutto da costruire.
Una nuova pagina bianca.

giovedì 21 aprile 2011

29

Ventinove anni fa, a quest'ora, ancora non ero riuscita a venire al mondo e dire che m'ero rifatta per tempo: ero partita con un mese d'anticipo, quando nessuno m'aspettava. Mia madre doveva ancora compiere venticinque anni, guardo le foto di questa ragazza con un cesto di capelli ricci scurissimi - sì, la nostra è una somiglianza che va guadagnata - e un sorriso splendente. La guardo, bella come una giornata d'estate, emana una luce che sembra bucare la carta: è felice.
Eccola qui, questa felicità che m'hanno trasmesso nei geni, che sale a galla anche in me, che arriva quando non oso nemmeno sperarla: è la risata grassa di mia nonna, è la battuta di sempre di mio padre, è l'orgoglio negli occhi di mio nonno. Quell'accettare la vita come viene, dare un soprannome a tutti, prendersi in giro a vicenda: stemperare ogni amarezza con un riso che nasce dal profondo, che basta a se stesso, che ridimensiona ogni compromesso, ogni costrizione.
Quest'allegria senza motivo che ci salva da noi stessi, che ci rende anche futili, sempre un po' bambini, capaci di aggirare le avversità invece di prenderle a schiaffi.
E mi risale dentro, come un pizzicore che devi grattarlo per forza, buttarlo fuori e alla fine alzare gli occhi al cielo, ritrovare tutto più piccolo, senza importanza: leggero come l'aria.
Ventinove anni fa venivo al mondo tra mille difficoltà, in silenzio, senza una lacrima. Era una bella notte e mio padre piangeva, mentre gli infermieri finalmente potevano buttare fuori dall'ospedale quei quattro neononni che avevano messo sottosopra il reparto.
Venivo al mondo senza un vagito, calma e tranquilla come non sarei stata mai più. Venivo al mondo nella famiglia che m'ero scelta con cura: una famiglia un po' ridicola e rumorosa, dove imparare fino in fondo cos'è la felicità.

martedì 19 aprile 2011

sisifo



Ci salveremo, dici. Non lo so e sono stanca. Quello che sono non mi basta, non so piegarmi al karma e odio questo fatalismo da due soldi che mi trascino dietro, a cui dover rendere conto ogni fallimento, ogni piccola conquista. Sentirsi sbagliati mentre continuiamo a camminare, a farci compagnia con il senso di sconfitta e dover sempre ripartire da capo, dai piccoli passi che sembra non debbano dover mai finire e non finiscono mai, sì, è il supplizio di Sisifo, è la fatica che non premia, ch'esaurisce se stessa nell'atto: la giustizia senza spiegazioni che c'inchioda alla nostra condizione.
Almeno arrendersi, farsi una ragione, scovare il buono e saperlo coltivare: mi dici. T'ascolterò, ché sei tu la saggia tra noi e io una ragazzina sciocca, buona solo a sedersi al tavolo da gioco.
Sei tu che costruisci e sai difendere, tu che conosci le lune e i sassi, che hai dato un nome ai fiori che coltivi e non temi l'indifferenza, la morte della grazia e della comprensione.
T'ascolterò una volta ancora e volterò indietro la faccia, ci stamperò sopra il tuo sorriso.
Ci salveremo, dici. Non ci credo. E posso solo crederti.

venerdì 8 aprile 2011

farse



E poi di colpo mi sono resa conto d'essere ridicola. Ridicola, sì, nella mia fragilità nascosta: ridicola nel voler far sempre finta di poter portare il peso di tutto, di non darmi pensiero di nulla - in questa farsa che recito da così tanto tempo d'essermi dimenticata com'è iniziata, dove sta il confine tra quello che sono e quello che mostro.
Apparire peggio di come sono m'è sempre parso un modo buono per tenere alla larga gli scocciatori eppure, alla resa dei conti, non c'è persona più incapace di me di difendersi, di tirare fuori la voce grossa. Scappare, sì, mi riesce da dio, e anche fingere indifferenza, non svelare mai quanto male mi fate: mai, neppure per un secondo, cedere all'istinto delle lacrime e della rabbia.
Quanto mi pare ridicola adesso questa mia maschera: comoda per la maggior parte del tempo, inutile quando servirebbe davvero sapersi proteggere dagli altri.

Ancora continua a stupirmi la capacità altrui di fare del male consapevolmente. Forse, per questo, non conosco scudi, ché non le concepisco proprio certe azioni senza senso, ché l'opportunismo lo fiuto da lontano ma la psicosi - la cattiveria, l'invidia cieca - non so pescarle in fondo agli occhi della gente.
E sono ridicola, mentre mi lascio ferire. Mentre rido e sanguino.
Ridicola.
Senza dirlo a nessuno.
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