lunedì 28 febbraio 2011

il paese reale



Inseguivi una cazzata
Era splendida e dorata
Fresca e avvelenata
(Afterhours)

Io non ci credo più che non capiate, che siate ciechi: mi sono rotta il cazzo di crederci, qui, seduta a bere bianco e a convincermi che mi basti, che non mi serva altro.
Io non ci credo che voi non abbiate mai conosciuto una persona vera, che - anche solo per sbaglio, per distrazione - non vi siate mai imbattuti nel vostro vicino peggiore, nella faccia più autentica e diffusa di quest'Italia. Io non ci credo che ci giudichiate tutti eroi, che non sappiate vedere che non c'è speranza: è tutto morto, qui fuori.
Morto il senso critico, morta la capacità di ribellione, di costruire un discorso altro, morti i presupposti nuovi - morta la dignità culturale, il gusto di comprendere qualcosa, l'impegno di studiare sodo, darsi da fare.

Guardatevi intorno.
Aprite un social network a caso, se non avete la forza di scrutare il mondo in faccia.
Cercate i vostri compagni di classe delle elementari, il figlio del salumiere, il nipote della vecchia che dal terrazzo vi urlava dietro quando giocavate a pallone da ragazzi. Cercate la gente che non ha mai finito l'università, quella che non c'ha mai messo piede, cercate i ragazzi che ascoltano solo Vasco e le ragazze che rubano le frasi di Fabio Volo come status - che diventa il Male solo in questo contesto, in questo smaccato disinteresse per un pensiero autentico, non mediato.

Guardatela in faccia, quest'Italia che agonizza, questi gironi danteschi dove siamo tutti incatenati a noi stessi.
Cercate i profili ironici e cool dei vostri compagni di studio, dei vostri colleghi: cercate l'impegno politico, i riferimenti culturali, lo sdegno e la provocazione fine a se stessa.
Un'oncia di sincerità, non chiedo di più.
Se la trovate, fatemi un fischio.
Io non esco, ché il paese reale mi fa impressione. Resto qui, a bere bianco. A fingere che mi basti, che non mi serva altro.

persefone

Troppa fatica, mi fai fare troppa fatica. Con questo sesto senso per i lati peggiori, non si può mai tirare il fiato con te, ché sei già pronta ad azzannare dove la carne è cedevole e se non mordi, se non scatti d'anima e nervi, è solo per noia, per disgusto.
Quante volte te l'ho visto stampato in faccia, il tedio di vivere, di sopportare un'ora ancora le facce, i discorsi, il vuoto imperante.
Eppure, occorre così poco per vederti felice: poco per gli altri, ché io ho imparato a pesare con te il valore del tempo e lo so, quante vale mezza giornata libera a passeggiare sui colli, mezza giornata sotto le coperte, con le tende contro la finestra, a respirare e leccare e stringere - mezza giornata con i piedi stesi in avanti, i calzini a righe e i tuoi libri, sempre pesanti, il pc sulle ginocchia.
Quante vale la felicità di vederti dimentica del mondo, non c'è misura sufficente a contenere un tuo sorriso.
Tu non sembri quella che sei e sei troppo oltre quello che appari. Dovresti dirlo subito, quando ti presenti: dovresti mostrare il foglietto delle controindicazioni.

Il disprezzo, invece, sei abile a non rivelarlo perché quando traspare è come il vetriolo: corrode anche quel poco di buono che c'era stato e allora, niente ha più senso, neppure i giorni d'estate col sole negli occhi.
T'arresti sulla soglia che divide disprezzo e apatia e ti vedo ferma, ti spero durevole e solida qui, senza procedere oltre, ché finché hai gusto per le miserie della gente è la curiosità morbosa a tenerti viva e se ti stanchi troppo potresti cadere, passare il confine e non avere più desiderio di niente - che farei io, senza desideri da soddisfare, senza più sogni, senza chimere.

La sera, mentre ti togli il fard, mentre l'acqua calda lava via rimmel e rossetto, un velo di stanchezza ti copre il volto, oscura la tua carnagione nivea, ti cerchia gli occhi e le tempie - e allora io, lo so, che varcherai il confine, un giorno, non ci sarà modo di riportarti indietro.
Tu, malinconica Persefone - tu, per aver assaggiato il melograno della conoscenza - tu, padrona del regno delle tenebre, per sempre prigioniera: per sempre regina.
E dovrò inventarmi per te una nuova primavera. Una volta ancora, mia sposa. Signora delle ombre.

mercoledì 23 febbraio 2011

le cose degli altri

Le cose degli altri io dico di volerle
ma non le voglio
mi spaventano
non sono capace

La tettonica della mia mente
è tellurica
in mezzo alla gente io
non sono capace

Io so rannicchiarmi
dove muore il fosso
dormire sulla pietra

Essere felice
senza un perché

Le cose degli altri luccicano
e sanno ferire
le lascerei tutte
mi terrei il vento

Non fossi anch'io come tutti
non fossi anch'io loro
senza saperlo essere

lunedì 14 febbraio 2011

se non ora quando? - se continua così: MAI

Attenzione: post a difficile contenuto interpretativo. Astenersi fanatici di qualunque tipo.


La prima ingiustizia che una donna subisce in quanto tale spesso arriva in tenerissima età, così presto che molte nemmeno la ricordano. Le più fortunate e le più testarde, invece, fanno fatica a mettere da parte quel sentimento aspro, quel grumo alla gola, la forza con cui hanno stretto i pugni per non scoppiare a piangere. Non se lo dimenticano più e si portano dietro tutta la vita la volontà di non doversi ritrovare mai a dover subire le conseguenze negative dell'essere donna.
Io, con questo senso di rabbia impotente, ci convivo da oltre vent'anni. E mi fa pena chi non lo avverte, perché ha introiettato così profondamente le forme del potere patriarcale da non saperle neppure riconoscere, perché si è convinta di poter manovrare un meccanismo che è destinato solo a sbriciolarla.
Aprire le gambe per ottenere qualcosa non è scelta da furbe: è la costrizione della serva che non ha alcun potere contrattuale, nessuna altra merce di scambio oltre il proprio corpo. Che ha rinunciato alla sua voce.

La sottomissione della parte femminile della società (non solo) italiana è una questione di moderno schiavismo: gli scandali politico-sessuali di questi mesi sono solo la punta dell'iceberg di un problema che affonda le sue radici in profondità nella coscienza e nei cuori di tutta la popolazione.
Io non c'ero, ieri, in piazza. Avrei voluto, mi sono emozionata a vedere le immagini delle donne di tutta Italia che finalmente, se non altro, mostravano di essersi incazzate: ma non sono andata.

Io in quella piazza, sulle barricate, ci sto da una vita intera e sono un po' stanca.
Perché la colpa è per buona parte nostra. Perché continuiamo ad allevare figli maschi che un domani saranno perfetti maschilisti incivili. Perché continuamo a tollerare al nostro fianco uomini che in casa non muovono un dito e quando lo fanno è per gentile concessione: e la serva abbassa la testa. Perché ci sposiamo questi trogloditi solo per non stare da sole, ché ancora crediamo che una donna senza un compagno o una famiglia non possa essere felice e allora ci facciamo andare bene tutto.
Perché guardiamo le strafighe sui giornali o in tivì e ci sentiamo in colpa per la nostra cellulite, anche quando gli uomini con cui andiamo a letto sono grassi, pelati e con l'alito pesante.
Perché abbiamo la fissazione della casa pulita e tutte le piccole manie che le nostre madri frustrate ci hanno a loro volta trasmesso e perdiamo tempo prezioso a lucidare i pavimenti: tempo sottratto alla nostra crescita come individui, alla nostra felicità.
Perché quando facciamo un figlio accettiamo di rinunciare a tutto e se ci lamentiamo permettiamo al primo che passa di darci della madre snaturata.


L'ordinamento di una società è solo lo specchio della sua anima più autentica e noi siamo questo: dobbiamo avere il coraggio di guardarci in faccia fino in fondo. Non contiamo niente in casa nostra, nella nostra famiglia: perché dovrebbero considerarci sul posto di lavoro?
La rivoluzione deve iniziare dalla sfera privata di ognuna. Bisogna alzare la voce. Adesso. Altrimenti rimarremo quello che siamo ora: serve.

mercoledì 9 febbraio 2011

aruspici

Ricordi prati a strapiombo
e fiori di sangue
evaporare
nei sogni che sogni

Ricordi

Aruspici in pietra
e convitati defunti

Non interessa a nessuno
e Nessuno svelerà i segni

Seminiamo misteri inutili
e carezze di vento

Nessuno sporcherà le mani
vivere è fatica perfetta

Vivere non appartiene agli amanti

Nei sogni che sogni
strisce di sangue
corrodono il cielo

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