Il primo è stato un parto difficile e alla conta dei fatti prematuro. Avevo qualcosa da dire ma non sapevo bene cosa: dovevo imparare ad ascoltarmi e nessuno poteva spiegarmi cosa vuol dire. Dovevo arrivarci da sola.
Io sono una di quelle che la sua voce se l'è dovuta guadagnare, ripercorrendo a ritroso tutti gli anni in cui ero fuggita da me stessa, scartando inconsapevolezze e paure e desideri non miei - scavando sempre più in profondità, fino a far emergere il nocciolo puro e duro della mia poetica.
Col secondo ho provato ad avvicinarmi: il dialetto, la provincia, la famiglia, gli esodi, i tradimenti e le malattie. E' stata una fatica inaudita. C'era così tanto di me in gioco che la trasformazione alchemica diventava difficoltosa, un'impresa per audaci: ardere al fuoco della narrativa i miei demoni privati, per raccontare una storia che potesse appartenere anche a qualcun altro.
Col terzo ho iniziato a provarci gusto davvero. Ho riso e sono inorridita nel giro di poche pagine, mi sono immersa così profondamente da dimenticarmi chi sono, tanto da macinare capitoli su capitoli in pochi mesi, alla faccia del blocco che mi ha sempre colta alla fine dei miei romanzi.
Sono andata dritta come un fuso per la mia strada: ho trepidato con Elisa Mennucci e mi sono incazzata con Matteo Galanti, ho pianto insieme a Maria Leonardi e ho corso con loro su una spiaggia a inizio maggio, nel punto perfetto dell'esistenza, nella felicità che precede il collasso.
Ho reinventato il 1993 e ho sentito di nuovo la paura e la vitalità dei tredici anni scorrermi nelle vene.
"Quanto è lontano il mare": questo è l'incipit. Che sia per me davvero un nuovo inizio.
“Elisa pensi di tornare tra noi o no?”
La voce del professore d'italiano mi scuote, sobbalzo e volto la testa. Fuori sta piovendo un temporale da manuale e a me piace contare le gocce di pioggia: nuvole grasse oscurano l'orizzonte e non che ci sia tanto da vedere, da qui.
Le finestre della scuola media s'affacciano su una strada trafficata e la facciata della casa di fronte mi taglia la vista ma oltre, proprio al di là del muro, si apre uno spiraglio d'infinito: le fronde degli abeti e la linea del cielo, che non se ne vede la fine.
“Sì, scusi”.
Distolgo lo sguardo dal vetro e il Tomei mi fa un cenno con la testa. Sono tutti chini sui loro temi, io il mio l'ho finito da un pezzo: descrivi la tua camera, bella forza, ci ho messo dieci minuti e adesso posso oziare. O almeno, potevo oziare ma sembra che vogliano qualcos'altro da me.
“Perché non dai una mano a Maria, eh? Vatti a sede' vicino a lei”.
Si alza questa ragazzina, bionda, esile, si infila nel banco vuoto al mio fianco, alza gli occhi da cane bastonato e tenta un sorriso. Siamo insieme in classe da venti giorni ma proprio fatico a ricordarmela, da dove salta fuori?
“Ciao.” Apre il quaderno e mi fissa, in silenzio. Il foglio è bianco, ci sono solo tre righe all'inizio, poi niente.
“Ma non ce l'hai un protocollo? Devi scrivere lì... aspetta”. Strappo due pagine centrali dal mio quaderno e gliele metto davanti.
“Dai, cos'è che non hai capito?”
“Io non ce l'ho una camera...” mi sussurra all'orecchio.
“E allora, dove dormi?”
“Con la nonna.”
“Vabbé, anch'io dormo col mi' fratello, mica occorre ave’ una stanza tutta per sé per fare il tema, no? Descrivi quella, dai”.
Mi sorride. “Ti piace stare col tu' fratello?”
“Ma scherzi? Puzza da mori' e russa anche”.
Ridacchiamo ma il prof mica può rimproverarci, me l'ha messa accanto lui, la maestra che avevo alle elementari lo sapeva che sono una chiacchierona senza fine e non l'avrebbe mai fatto 'sto errore. Peggio per lui.
“Senti, il Tomei non c'è mai stato a casa tua e nemmeno da me, sicché ti puoi inventa' quel che ti pare, hai capito?”
Maria mi guarda, sembra stordita. Ha gli occhi azzurro chiaro, come l'acqua che scorre: trasparenti.
“Guarda, te lo inizio io e te vai avanti, eh?”
La mia stanza è la mansarda in cima alle scale, è piccola ma colorata, con le pareti rosa e il soffitto blu. Scrivo e Maria legge, mi sfiora la mano.
“Bello”. Sorride e prende la sua penna. C'è un letto con la coperta rossa sopra e sul tappeto ci sono tutti i miei giocattoli e le bambole, ce n'ho una che se gli bagni i capelli cambiano colore. Scrive e io annuisco. “Brava, hai visto, non è difficile”. Si avvicina al mio orecchio.
“Io non ce l'ho una bambola così, ma mi garberebbe tanto”.
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