lunedì 19 settembre 2011

tredicesima



L'ultima volta che ho pescato una carta era la tredicesima. L'arcano senza nome m'invitava a passare la soglia, a divenire messe e mietitrice, ad aprire la porta al nuovo ciclo: in piedi, prendermi l'onda in faccia. Fino in fondo. Per dirla tutta, ci sto ancora volando sopra. E non voglio più scendere.

L'ultima volta che sono stata certa di quello che desideravo, avevo tredici anni e puntai il dito sul liceo classico. Da allora, la luce non si era più accesa. Ero andata avanti come presupponevo facessero tutti: tentativi, colpi di caso e fortuna, scelte più o meno di comodo. Niente vocazione, nessuna passione, neanche un colpo di testa, per me. E che fatica ogni volta doversi convincere di aver preso la rotta giusta, quando non c'era nessun porto dove avrei voluto approdare.
La scrittura era solo il canto delle sirene a cui mi sforzavo di non dare ascolto: il sogno relegato da sempre nell'iperuranio, a cui non regalare mai troppa fiducia, troppo tempo, troppe speranze.

Da quando sto quassù, le prospettive si sono ribaltate.
Sostanzialmente, non me ne frega un emerito piffero del 99% delle cose a cui le persone danno importanza. Ho provato a fingere interesse, ma quando mi sono decisa a lasciarle andare non mi sono mancate, neppure per un secondo.
Adesso che lo so, non posso più permettermi di tenere la luce spenta.
Quello che voglio lo conosco e non volterò il viso dall'altra parte.
Perché sono felice, quassù. Come non sono mai stata.

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