Quel che potevamo, l’abbiamo messo in tavola. Le mie arance, le tue controindicazioni, tutta la vita che c’hanno spremuto fuori dagli occhi – quella che ancora si poteva immaginare, senza farci male. La nostra perpetua mancanza e la cedevolezza dei tessuti, dove rifugiarsi se non ci piace troppo quel che vediamo fuori.
Quel che potevamo, l’abbiamo inventato senza remore. D’essere vivi e sperare ancora, di colpe ancestrali e ambizioni collaudate, delle tue dita, dei miei capelli: dovremmo pagare il pegno, un giorno.
Quel che potevamo e ancora, sì, senza prendere fiato. Non abbiamo vergogna, non chineremo la testa: questo è quanto ci spetta.
Quel che resta dei giorni che verranno, delle parole scivolate via, delle gole riarse, delle mie labbra, delle tue palpebre.
Dell’arrendevolezza, quel che ci spetta.
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