Parliamo di un tema spinoso oggi: l'editoria a pagamento. Trattasi di pratica iperdiffusa nel narcisistico paese dove ci troviamo a vivere: l'aspirante scrittore (soprattutto esordiente) accetta un contratto con una casa editrice che lo impegna a pagare fior di soldoni (anche 2-3mila euro) per pubblicare il suo libro o a comprare 50-100-200 copie dell'opera, che poi dovrà smerciare da solo in giro.
Ci sono già tanti che combattono - in rete e fuori - la loro battaglia contro l'editoria a pagamento e non sono certo io una di queste. In generale, credo che chi paghi per pubblicare sappia benissimo che sta facendo una cazzata, che sta prendendo una scorciatoia che non porta da nessuna parte, ma che preferisca umiliarsi in privato [sì, ragazzi, pagare per pubblicare è come pagare una donna per portarsela a letto perché nessuna altra vi ha voluto, mettetela come vi pare ma per me è umiliante e stop] per poi far vedere ad amici e parenti il suo bel libro: tanto quelli 99 su 100 di case editrici ne sanno quanto io di astrofisica e non immaginano nemmeno che il tapino si sia svenato per avere la sua bella opera tra le mani.
Insomma, in genere la considero una pratica un po' sporca ma alla fine: peggio per loro, no?
Poi però mi imbatto in post come questi e mi chiedo: è davvero possibile che qualcuno creda ancora che si può pubblicare solo a pagamento, che si pubblichi gratis solo se raccomandati? Per carità, lungi da me dire che è facile: io ho penato assai prima di esordire ma non ho mai dubitato che esistessero case editrici come si deve, con regolare contratto, pagamento dei diritti d'autore, eccetera.
Credere il contrario è essere talmente accecati dal proprio piccolo rancore verso un mondo che non ci ha accettato da fare della nostra esperienza di rifiuto un paradigma valido a livello universale e questo non va bene.
Non va bene perché magari impegnandosi si migliora e alla fine si trova un editore che ci pubblichi, non va bene perché si convincono altri illusi della propria distorta verità e via, stormi di gonzi che regalano alle case editrici a pagamento miliardi.
Volevo lasciare un commento a quella ragazza, ma lo trascrivo qui, sperando sia d'aiuto a qualcuno che crede che pagarsi la pubblicazione equivalga a "investire su se stesso".
martedì 24 agosto 2010
mercoledì 18 agosto 2010
del diventare grandi
Poi una sera dici una frase e ti rendi conto che hai saltato il fosso. Oh, l'hai fatto da tempo, prendendo anche una bella rincorsa, a testa alta e almeno il volo è stato bello - il migliore, date le circostanze.
Non fa così male come credevi, anzi, è calore, la sensazione straniante d'aver trovato il tuo posto nel mondo e da qui non fuggiresti, ci hai messo sudore e cuore, ci hai messo tutta l'anima che potevi. Questo posto ti somiglia più di te stessa.
Adesso capisci tua madre, che si lamentava sempre, ché lamentarsi fa bene, a volte i piani non sono andati come avresti voluto, a volte non hai pianificato niente e ti sei ritrovato a farti stare bene la prima cosa decente che capitava, a volte è solo la stanchezza di sapere che non c'è nessun altro su cui contare, che non puoi più dare bidone. Principalmente perché non vuoi dare bidone ed è questo a sconvolgere.
Hai corso così tanto, per anni, hai lasciato indietro così tante persone, sei sempre stata quella che piantava in asso, che andava avanti e dimenticava. Buona memoria, pessima attitudine a trattenere legami.
Sei una che si annoia in fretta e questo non è cambiato, hai solo trovato quello che non ti annoia mai. Sei stata fortunata.
Smettere di salire in cattedra, tenerti la tua commiserazione per te, incanalare lo sdegno e la rabbia in qualcosa di costruttivo e se a volte pesa, pazienza.
Questo si fa quando si salta il fosso, ci si lamenta e si porta pazienza, ci si guarda intorno sperando di essere capitati bene, di non aver imboccato troppi vicoli ciechi. Se dovessi descrivere il tuo lato del fiume lo vedresti come un prato incolto a strapiombo sul blu, con una scogliera altissima e l'erba che fruscia nel vento. Un buon posto dove sedersi a guardare le nuvole, dove chiudere gli occhi e sognare, dove ritrovare chi non c'è più. Placido e pericoloso, con baratri da ammirare e grandi distanze dove spaziare lo sguardo. Un posto che ti somiglia più di te stessa.
Non fa così male come credevi, anzi, è calore, la sensazione straniante d'aver trovato il tuo posto nel mondo e da qui non fuggiresti, ci hai messo sudore e cuore, ci hai messo tutta l'anima che potevi. Questo posto ti somiglia più di te stessa.
Adesso capisci tua madre, che si lamentava sempre, ché lamentarsi fa bene, a volte i piani non sono andati come avresti voluto, a volte non hai pianificato niente e ti sei ritrovato a farti stare bene la prima cosa decente che capitava, a volte è solo la stanchezza di sapere che non c'è nessun altro su cui contare, che non puoi più dare bidone. Principalmente perché non vuoi dare bidone ed è questo a sconvolgere.
Hai corso così tanto, per anni, hai lasciato indietro così tante persone, sei sempre stata quella che piantava in asso, che andava avanti e dimenticava. Buona memoria, pessima attitudine a trattenere legami.
Sei una che si annoia in fretta e questo non è cambiato, hai solo trovato quello che non ti annoia mai. Sei stata fortunata.
Smettere di salire in cattedra, tenerti la tua commiserazione per te, incanalare lo sdegno e la rabbia in qualcosa di costruttivo e se a volte pesa, pazienza.
Questo si fa quando si salta il fosso, ci si lamenta e si porta pazienza, ci si guarda intorno sperando di essere capitati bene, di non aver imboccato troppi vicoli ciechi. Se dovessi descrivere il tuo lato del fiume lo vedresti come un prato incolto a strapiombo sul blu, con una scogliera altissima e l'erba che fruscia nel vento. Un buon posto dove sedersi a guardare le nuvole, dove chiudere gli occhi e sognare, dove ritrovare chi non c'è più. Placido e pericoloso, con baratri da ammirare e grandi distanze dove spaziare lo sguardo. Un posto che ti somiglia più di te stessa.
mercoledì 11 agosto 2010
tre libri per l'estate
Fuori tempo massimo, ché se anche l'estate appare al suo culmine è in realtà in dirittura d'arrivo - e la mia è finita di certo - vi propongo qualche belle lettura.
E basta con questo luogo comune che i libri da vacanza devono essere "leggeri" (poi, chi è che decide: qualcuno ha una bilancia speciale?), c'è bisogno di nutrire il cervello e l'anima, perché non utilizzare il poco tempo libero per leggere qualcosa che valga la pena, che ci lasci una traccia dentro. Se siete quelli dei due libri l'anno, almeno siano i migliori, altrimenti tanto vale fare il sudoku in spiaggia, no?
Rayuela (Il gioco del mondo) di Julio Cortàzar è senza proclami la cosa più meravigliosa che mi sia capitata tra le mani quest'anno. Mescolate Calvino, Joyce, Borges e un'anima nostalgica latina indefinita e avrete questo romanzo che si muove da Parigi a Buenos Aires: due poli geo-spirituali tra i quali si dipana la vita di Horacio Oliveira e del suo doppio (alter ego / amico-nemico) Traveler. Se ne è parlato tanto perché il libro si può leggere in tre modi diversi, secondo le indicazioni dello stesso autore: nella maniera classica, saltando da un capitolo all'altro a piacimento, oppure seguendo un altro ordine (riportato in una tabella). Io li ho provati tutti e tre e sapete che vi dico? Rimane sempre e comunque la stessa meraviglia davanti a una storia che scava a fondo in temi come la nostalgia, la solitudine, la mancanza di un senso alla vita, l'amore. Se vi par poco questo.
Comprato di venerdì, uscita a cena, rincasata tardi, iniziato a leggere - due pagine e stacco: fatto le otto di mattina per terminarlo. Bella pubblicità, eh?
Vassalli qui racconta la vita (romanzata ma ricostruita sulla base di una seria ricerca storica) del poeta Dino Campana (noto - ahimé - per l'innominabile film con facciofintadirecitareelagentecicrede Accorsi e palonelculo Morante: se l'avete visto e vi è piaciuto pentitevi). Ne La notte della cometa a Vassalli riesce un gioco di prestigio veramente raffinato: portarci nel mondo di Campana, nelle sue miserie mentali e materiali - la malattia, la pazzia, l'emarginazione da parte della famiglia e dai suoi compaesani, la crudele insensibilità della cricca letteraria dell'epoca, che tanto ricorda i nostri tempi - senza affogare nel mito dello scrittore-dannato, anzi superandolo, a favore di un'interpretazione più semplice e sincera della figura e del ruolo del poeta (e del vero artista, in generale) nella società.
Pontiggia - grandissimo scrittore ormai semi-dimenticato - pubblicò Il giocatore invisibile nel 1978. Leggetelo oggi e vi sembrerà la stessa Italia di allora, basta grattare via quella leggera patina di i-phone e lusso a buon mercato per scoprire che lo spirito è sempre lì, bello vispo e lucido: arraffare finché si può, guardarsi le spalle, non fidarsi mai di nessuno e se proprio ci si deve fidare che sia un'esigenza e non un desiderio sincero del cuore. Lo trovo di un'attualità disarmante. Il tema potrebbe sembrare una palla: un professore di filologia viene attaccato da una lettera anonima su una rivista del settore: la sua professionalità, la sua vita e perfino la sua personalità vanno in frantumi piano piano, come se fosse tutto incollato con lo sputo e pronto a saltare via al primo soffio. Intento a scoprire chi è il fantomatico nemico nell'ombra che trama per rovinarlo, il professore non si accorge che è da se stesso che deve guardarsi, che tutto si è già frantumato anni prima e c'è ben poco di cui essere felici. Trama sottesa, la filologia: il significato nascosto che sta dietro alle parole e sembra divenire unica bussola - unico linguaggio decifrabile - in un mondo irrazionale che va allo sbando.
p.s. se avete qualche libro da suggerire voi a me lasciatelo nei commenti, sarei molto felice di scoprire un autore nuovo :)
E basta con questo luogo comune che i libri da vacanza devono essere "leggeri" (poi, chi è che decide: qualcuno ha una bilancia speciale?), c'è bisogno di nutrire il cervello e l'anima, perché non utilizzare il poco tempo libero per leggere qualcosa che valga la pena, che ci lasci una traccia dentro. Se siete quelli dei due libri l'anno, almeno siano i migliori, altrimenti tanto vale fare il sudoku in spiaggia, no?
Rayuela (Il gioco del mondo) di Julio Cortàzar è senza proclami la cosa più meravigliosa che mi sia capitata tra le mani quest'anno. Mescolate Calvino, Joyce, Borges e un'anima nostalgica latina indefinita e avrete questo romanzo che si muove da Parigi a Buenos Aires: due poli geo-spirituali tra i quali si dipana la vita di Horacio Oliveira e del suo doppio (alter ego / amico-nemico) Traveler. Se ne è parlato tanto perché il libro si può leggere in tre modi diversi, secondo le indicazioni dello stesso autore: nella maniera classica, saltando da un capitolo all'altro a piacimento, oppure seguendo un altro ordine (riportato in una tabella). Io li ho provati tutti e tre e sapete che vi dico? Rimane sempre e comunque la stessa meraviglia davanti a una storia che scava a fondo in temi come la nostalgia, la solitudine, la mancanza di un senso alla vita, l'amore. Se vi par poco questo.
Comprato di venerdì, uscita a cena, rincasata tardi, iniziato a leggere - due pagine e stacco: fatto le otto di mattina per terminarlo. Bella pubblicità, eh? Vassalli qui racconta la vita (romanzata ma ricostruita sulla base di una seria ricerca storica) del poeta Dino Campana (noto - ahimé - per l'innominabile film con facciofintadirecitareelagentecicrede Accorsi e palonelculo Morante: se l'avete visto e vi è piaciuto pentitevi). Ne La notte della cometa a Vassalli riesce un gioco di prestigio veramente raffinato: portarci nel mondo di Campana, nelle sue miserie mentali e materiali - la malattia, la pazzia, l'emarginazione da parte della famiglia e dai suoi compaesani, la crudele insensibilità della cricca letteraria dell'epoca, che tanto ricorda i nostri tempi - senza affogare nel mito dello scrittore-dannato, anzi superandolo, a favore di un'interpretazione più semplice e sincera della figura e del ruolo del poeta (e del vero artista, in generale) nella società.
Pontiggia - grandissimo scrittore ormai semi-dimenticato - pubblicò Il giocatore invisibile nel 1978. Leggetelo oggi e vi sembrerà la stessa Italia di allora, basta grattare via quella leggera patina di i-phone e lusso a buon mercato per scoprire che lo spirito è sempre lì, bello vispo e lucido: arraffare finché si può, guardarsi le spalle, non fidarsi mai di nessuno e se proprio ci si deve fidare che sia un'esigenza e non un desiderio sincero del cuore. Lo trovo di un'attualità disarmante. Il tema potrebbe sembrare una palla: un professore di filologia viene attaccato da una lettera anonima su una rivista del settore: la sua professionalità, la sua vita e perfino la sua personalità vanno in frantumi piano piano, come se fosse tutto incollato con lo sputo e pronto a saltare via al primo soffio. Intento a scoprire chi è il fantomatico nemico nell'ombra che trama per rovinarlo, il professore non si accorge che è da se stesso che deve guardarsi, che tutto si è già frantumato anni prima e c'è ben poco di cui essere felici. Trama sottesa, la filologia: il significato nascosto che sta dietro alle parole e sembra divenire unica bussola - unico linguaggio decifrabile - in un mondo irrazionale che va allo sbando.p.s. se avete qualche libro da suggerire voi a me lasciatelo nei commenti, sarei molto felice di scoprire un autore nuovo :)
martedì 10 agosto 2010
policromo
Vieni, vieni con me. Andiamo a passeggiare sui viali stanchi di sole, a specchiare le nostre ombre nell'acqua dei canali. Vieni a sederti al tavolino d'un bar, a bere l'amaro del capo leggendo Campana, vieni a guardare in faccia questa città agonizzante.
Muoviti, che quattro occhi sono meglio di due. Devo sapere, capisci, se è il mio sguardo a fallire, se è mia la colpa o loro. Nostra.
La bellezza soffocata della storia e della natura, d'un fiore di cenere spuntato a bordo del ponte, d'un profilo severo di statua. La bellezza soffocata dalla fretta e dalla conoscenza, dalle vacanze arraffone, dalla morte della grazia.
Eppure, a volte, basta un'adolescente con una matita in mano, assorta nei giochi policromi - la delicatezza della luce su una nuca statica. Ci salveremo: ci credo, per un attimo.
Vieni e dimmi che sono l'illusa di sempre, felice anche solo d'una promessa di felicità. Dimmelo, che le mie parole non servono a nessuno e men che mai a me stessa, che la bellezza è una condizione fragile dell'anima, senza possibilità di redenzione.
Vieni e forse rideremo. Il mondo scorrerà inaccessibile, là fuori. Per me e per te.
Muoviti, che quattro occhi sono meglio di due. Devo sapere, capisci, se è il mio sguardo a fallire, se è mia la colpa o loro. Nostra.
La bellezza soffocata della storia e della natura, d'un fiore di cenere spuntato a bordo del ponte, d'un profilo severo di statua. La bellezza soffocata dalla fretta e dalla conoscenza, dalle vacanze arraffone, dalla morte della grazia.
Eppure, a volte, basta un'adolescente con una matita in mano, assorta nei giochi policromi - la delicatezza della luce su una nuca statica. Ci salveremo: ci credo, per un attimo.
Vieni e dimmi che sono l'illusa di sempre, felice anche solo d'una promessa di felicità. Dimmelo, che le mie parole non servono a nessuno e men che mai a me stessa, che la bellezza è una condizione fragile dell'anima, senza possibilità di redenzione.
Vieni e forse rideremo. Il mondo scorrerà inaccessibile, là fuori. Per me e per te.
giovedì 5 agosto 2010
mercoledì 4 agosto 2010
abissale
Il poeta è la più impoetica delle cose che esistono,
perché si fa attraversare da tutti i colori del mondo, come il camaleonte.
John Keats
perché si fa attraversare da tutti i colori del mondo, come il camaleonte.
John Keats
Persa nella notte nera d'Omero, un tappeto di stelle, il mare più scuro del cielo. Svanita in giorni lentissimi, eternità in miniatura, dove puoi spingere il pensiero oltre se stesso, in un vuoto abissale.
A due metri sott'acqua la gravità si prende le sue rivincite. A due metri sott'acqua, in un turchese d'acciaio, non c'è spazio per altro. Ti ribalti e guardi il mondo di sopra con curiosità. Per la prima volta dopo tanto tempo, non sembra tutto così difficile.
Apri le mani e lasci evaporare sale, sudore, rabbia e paure.
E speri che non sia solo un sogno di fine meriggio e calura ma una nuova realtà da vivere giorno dopo giorno.
Scomporre e ricostruire. Senza bisogno di parole.
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