venerdì 23 ottobre 2009

solitudini e voci

Piove e non abbiamo ombrelli – rinserrate in cappotto e cappuccio, in una preghiera di cui scordo le parole, in una lacrima. La pioggia ci bagna il viso e le mani mentre mi appoggi addosso la tua fragilità e io ti accarezzo la spalla. Il tempo ti ha rimpicciolita ma non ha cambiato la tua voce sommessa e forte, la tua voce di ricamatrice di provincia, la tua voce gentile.
Lo abbiamo accompagnato nel suo ultimo viaggio in una giornata di vento e luce. Erano in tanti a salutarlo, chi sussurrava addio chi arrivederci, a presto. A presto sì, sotto altri cieli, in altre forme, nuove illusioni. Io non ci credo ma lo sento ovunque e così non ho bisogno di alibi per continuare a parlargli, a volergli bene. Lo trovo nel colore dei miei occhi, nel taglio delle guance, nell'abete davanti casa che piantò bambino e adesso svetta oltre il tetto.
Non sopporto nessuno nonna. Vorrei dirtelo mentre ti lasci abbracciare sotto questo diluvio e mi parli di lapidi e marmisti e nascondi il dolore dietro un sospiro. Vorrei dirti che sono stufa di tutti, che proverei a chiudere il mondo in una scatola, intero, e noi liberi a correre nei campi, riscoprire il mare.
Non vedi nonna quanto tempo sprecato, quante ore che non tornano sui loro passi, quante brutte facce, quante brutte vite. Spese dietro a sogni di potere e denaro – compra e sarai migliore, sarai l’eletto – o peggio ancora massacrate in sogni di finta arte, nelle stronzate che fanno tendenza, nel vuoto cosmico che ci impongono - che mi imponete.
E i dilemmi esistenziali, le adolescenze infinite, i salvatori della patria, i duri di cuore. Ne ho abbastanza di tutti. Non vedi nonna: non sanno amare, non sanno che l’amore è l’unica forza che ribalta il cielo e il resto è nulla – che quando tutto finisce muore senza lasciare traccia, senza un seme da piantare, una gioia da condividere. Ma noi ci bagniamo in questo tempio di morte solo per far vincere la vita, solo per far tesoro di ogni gesto, ogni sorriso, ogni parola di troppo che non è bastata.
 E buttare via l’orgoglio, gli interessi, le vecchie ferite. Perchè bisogna permettersi di andare avanti e tenere solo il buono, dimenticare per ricordare per sempre – insieme.
Soli, non siamo niente.

giovedì 15 ottobre 2009

dettagli

La ripeto agli altri
la tua età
per dirla a me stessa
ché davvero non conta
il ricordo non muore


Entreremo abbracciati
saltellando
nell'Era della Memoria


I dettagli scivoleranno
in mito


Vecchie sedie e maglioni adesso
sono pieni di te
non parlano d'altro le porte
di casa
le viti dell'orto
la cuccia del cane


Ma tu sogni altri sogni
e mi stringi la mano


Non si può raccontare
cosa c'è dietro un velo
ma io so che sorridi
da qualche parte
in qualche collina
guardi il lago e sorridi


E davvero - davvero
non conta

mercoledì 14 ottobre 2009

epica privata

Quando sono nata volevi un maschio ma ti sei subito affezionato a quella nipote malaticcia e testarda che ti aiutava a piantare le patate, governare i conigli.
La curo io la bimba, dicevi. E giù piatti di maccheroni e ragù, vino annacquato un poco che fa sangue, giornate a petto nudo al sole per rinforzarmi le ossa, uova bevute a crudo ancora calde di pollaio.

Le tue colazioni da gigante le osservavo ammirata dalla mia seggiolina: partivi da caffellate e tarallucci e approdavi a pane, prosciutto e un gotto di rosso. Poi partivamo tutti e tre per l'uliveto con i vestiti rovesciati: la macchina si arrampicava sui colli finché - come per magia - spuntava nel verde la casina di lamiera e potevamo posare a terra le reti.

Mi insegnavi a togliere le zecche al cane, a giocare a carte, a legare i pomodori, ad andare in bici. Ti arrabbiavi quando salivo sui rami più alti del fico e non volevo scendere, quando rispondevo male, quando mi trovavi addormentata sulle pietre dietro casa come una lucertola.

Urlavi a chi osava superarti in macchina, alla nonna che ti stava troppo addosso, ai nipoti che non mangiavano le tue albicocche, al cane che ti disubbidiva.

Ti immagino nell'inverno del '44 disertore in fuga da Napoli a Bozzano metre rubi i vestiti da civile che una contadina ha lasciato a stendere fuori.
Ti immagino litigare con la tua famiglia d'origine e decidere che non avresti mai più rivolto loro la parola. Ti vedo rispettare quel giuramento ogni giorno per oltre 30 anni.
Ti vedo ragazzino con poca voglia di studiare picchiato dal maestro scappare da scuola e non rimetterci più piede.
Ti vedo precipitare dall'ulivo e restare appeso per quasi un'ora, il ginocchio che cerca di staccarsi dal corpo: ti vedo mentre con uno sforzo di reni finalmente tocchi il suolo, riesci a salvarti la gamba.

E le tue cadute epiche, i ribaltamenti con l'apino che quasi finisci nel fosso, i venti punti alla testa dopo quel volo giù da una piana in gennaio. E le tue piccole invenzioni di legno e acciaio, il tuo laboratorio che odora di mastice e polvere.

Voglio ricordarti così, con il volto fiero e furbo, gli occhi celesti che ridono, la voce molto al di là del volume sopportabile.
Voglio ricordarti franco e testardo, dolce d'improvviso e sempre pronto alla battuta, mentre mandi affanculo la nonna e scappi al bar per una mano di briscola.
Senza vecchiaia, senza malattie, senza incomprensioni e lontananze.
Voglio ricordarti forte e pesante - io in piedi sul seggiolino della bicicletta ti stringo forte, non ti lascio andare via. Ti tengo con me, nonno.

lunedì 12 ottobre 2009

fuori tempo

Fuori tempo ci si sta con le mani nelle tasche, imbarazzati - lo sguardo che vaga altrove.
La superficialità continua a stupirmi. Così pure il giovanilismo e il finto impegnato. Ma tant'è.
Vorrei scrivere di altro, avrei ben altro da dire ma non trovo le parole e adesso mi sembra tutto così privo di senso. Sono impotente di fronte agli eventi che mi cascano addosso. Ci sono dinamiche, vite, che rotolano per la loro strada da anni e non sarò certo io a farle deviare, a farle inciampare nella pietra che muta tutto. I sentimenti sono giochi pericolosi, sono falle profonde, sedimentate, stratificate. Intangibili.
Così nel corso degli eventi il dispiegarsi di forze oscure ci paralizza. Potessi io tornare all'attimo esatto in cui tutto è iniziato. Ma nel suo prendere vita l'atto era già forza troppo gravida da manovrare. E partendo era già arrivato qui - adesso - si era mangiato già tutto.


Una stagione di silenzi e sassi,
la prosa delle cose senza posto,
il passo un po' distratto, il suo percorso.
Si dà solo così, impietosa e muta,
la calma di provincia e sopra il sole:
la piazza e la maestra pensionata,
le chiacchiere da bar sentite a pezzi,
la vita a compromesso già firmato.
Ma tutto naturale, senza scelta,
timbrato a cartolina mai inviata.
Da qua ti scrivo. A margine del tempo.
E basta poco o niente a fare un mondo:
la tazza col caffè messa in attesa,
l'impresa delle scarpe di appaiarsi
e aprire prospettive sullo sfondo.
Il gioco poi è evitare la deriva,
restare lì aggrappato, respirando.
Importa darsi un centro, dirsi quando.
Ivan Fedeli - Altre resistenze

venerdì 9 ottobre 2009

divergere

Divergere si diverge per forza. Siamo treni che non si incontrano mai e se accade è per sbaglio, di nascosto, in qualche stazione di scambio annegata nel nero, persa tra i baracconi industriali.

Siamo piante diverse che aspettano un'ape. Stesso prodotto, marca diversa. Incompatibili.
E' che quel luccichio ci frega, la passione -  il deserto intorno. E il caldo. Fa troppo caldo per stare da soli.

Massì, allora lamentiamoci. Diamo il via alla danza della commiserazione.
Se solo potessi avere ogni giorno tre ore come questa e sì, io da sola nella mia testa, di passaggio nella mia città, nuda nel letto vuoto - il fresco tocco delle lenzuola sul seno.
Se solo ci fossimo conosciuti un giorno, un mese, un'ora prima e se mi fossi messo i calzini verdi con le righe - sì che c'entra, avrei dato un'altra impressione. Mi avresti sorriso allora.

Ti sorridevo ma tu guardavi la pioggia e non avevi scarpe, portavi sandali di cuoio grezzo, le dita violacee a stento contenute dalla fibbia.
Ti potrei elencare ogni vestito indossato, ogni completo intimo, ogni sfumatura di cielo - e i sospiri, le parole incomprese, i bicchieri di vodka.
Quante nozioni sprecate. Le dimenticherò tutte, un giorno.

Dimenticare, si dimentica. Basta chiudere gli occhi e aprire le mani: tutto scivola giù.
E il tempo guarisce sì, ma ci vuole così tanto che il sollievo è inutile.
Arriva quando non serve, quando non ci pensi più e non pensi neppure di non pensarci più.
Arriva quando bevi un caffè corretto, saluti un amico, quando apri un libro, cogli il basilico, ti pettini i capelli.

giovedì 8 ottobre 2009

votatemi su wimbledoc

Solo una segnalazione - altrimenti detta spam - veloce.
Il mio racconto Pulizie di primavera gareggia su WIMBLEDOC
il torneo letterario tra riviste e blog collettivi.

Io gioco con gli adorabili veneziani di
Rivista Inutile
contro quelli di Finzioni



Se vi va di leggere il mio racconto e magari pure votarlo lo trovate QUI
Avete tempo per votarmi fino alle 23 circa di sabato 10 ottobre
Conto su di voi eh! :D

mercoledì 7 ottobre 2009

nessuna alba

Mentimi, fuggimi, portami in salvo

quel che giocammo fu troppo
un formidabile vuoto

Guardami, scopami, buttami via
la grandezza ci tentò
ma costava cara

Nessuna alba da ricordare
non hai fiori per me e io, per te
scelsi i colori che non vuoi

Dimentica, ridi, parla di niente
attesi la parte migliore
un giorno che non sorgeva

martedì 6 ottobre 2009

riti privati



Il bar è uno di quei buchi di quartiere dove il tempo sembra essersi fermato in una data imprecisata del secolo scorso. Dietro il bancone il vecchio strabico fissa te e il calendario di Frate Indovino appeso alle tue spalle con aria malevola: per sicurezza ordini un Montenegro. Lui lo versa in uno di quei bicchieri di vetro alto, opaco dai troppi lavaggi. Lo tiri giù a piccoli sorsi, proprio come aveva fatto lei quando l’avevi condotta lì.
“Vado pazza per questi posti, ma come l’hai trovato?” aveva esordito ridendo ed era sembrato divertente anche a te averla portata a prendere un amaro nel bar dei vecchi, uno dei pochi di Firenze che aveva resistito alle case del popolo e ai locali alla moda. Poi ve ne eravate andati sottobraccio e avevi cercato calore nei suoi capelli, raccolti dentro la sciarpa di lana. Poggi due euro accanto al bicchiere e esci di nuovo. La calura estiva ti investe, ti fa barcollare.
E uno, pensi prima di inforcare la Vespa. 

Alla libreria dell’usato qualche studente svogliato si aggira per gli scaffali di filosofia. Ti siedi sul panchetto, sfogli Prevért per darti un tono, tiri su le maniche della camicia. Lei si perdeva per ore tra i vecchi volumi finché le dita non profumavano di polvere, i guanti gettati nel casco, gli occhi da miope socchiusi. Sulle prime la aspettavi un po’ imbarazzato vicino alla cassa, poi avevi preso a consultare manuali di fotografia, tanto per ingannare l’attesa.
Ma oggi il suo berretto di maglia non sbucherà dal paravanto di cartone e non devi fingere di interessarti a niente. La commessa ti scruta come se non ti avesse mai visto, ti chiede se cerchi qualcosa. Scuoti la testa, uscendo tiri con cura la porta dietro di te.


La terza tappa è la fermata dell’autobus dove andavi ad aspettarla ogni sera. Lei scendeva dal quattro e aveva addosso l’odore stantio del negozio di scarpe dove lavorava. Ti baciava all’angolo della bocca, ti infilava le mani nelle tasche del cappotto e poi via, verso il tuo appartamento, a passi lenti, con la testa alta.
Una circolare ti si ferma davanti, vomita fuori il suo carico di anziani con le sporte della spesa, donne nervose, ragazzi prigionieri dei loro iPod.
D’un tratto tutto ti è estraneo, come se non l’avessi mai vissuto. La traccia che stai seguendo per tutta la città si fa più lieve - scia di profumo già svaporata, dimenticata.


Risali sulla Vespa e percorri a lungo i viali, gusti la brezza che ripulisce i pensieri.  
La quarta fermata è l’anfiteatro delle Cascine, con il suo carico di notti bagnate e guardoni di passaggio, dita gelide sotto il maglione, scarpe scalciate negli angoli. La quarta è un frullo di risate soffocate, di un ti amo leggero, detto troppo in fretta. La quarta è la più crudele, per questo non andrai. La sua assenza è divenuta così perfetta da aver riempito tutti i vuoti, anche quelli della nostalgia. Meglio ricordare quello che è stato che trovare quello che non c’è.


La strada per casa è  sgombra di macchine, limpida di vento.



venerdì 2 ottobre 2009

post-ultra

E la speranza è calata su Firenze d'un tratto, insieme a questa strana primavera fuori stagione, che quasi ti stupisci di non veder fiorire la magnolia in giardino.
La speranza è arrivata e aveva tanti nomi. Visi e parole che non dimenticherò, vite e testimonianze che davvero danno un senso a tutto il resto, a tutto quello che impera e ci spaventa, che vorrebbe soffocarci occhi e cuore, chiuderci nel silenzio arido e inacidito di noi stessi.
E invece no. Mi sono aperta e per la prima volta ho fatto parte di qualcosa a cui tengo davvero, ho impiegato le mie capacità e il mio tempo per portare nella mia città parole e pensieri che scaldassero e mettessero in moto energie. Che fossero arte e vita. E azione.
C'è un mondo sotterraneo che scorre nelle vene di questa nostra Italia martoriata, di questo nostro tempo che ci sembra estraneo e nemico.
In città diverse, in quartieri che non conosciamo, ci sono altri come noi che sperano e sognano qualcosa di diverso, che lo portano avanti giorno dopo giorno, senza premi di produzione, senza applausi a scena aperta, senza riconoscimenti formali.
La prima sera del festival ascoltando Vasta e Tuena nel foyer della Pergola mi sono voltata e ho visto le file piene di volti attenti, curiosi, distesi. E mi sono commossa, ho pensato che avrei sempre voluto poter assistere a un qualcosa di simile e adesso che ho contribuito anche in minima parte a farlo esistere mi sento orgogliosa di me, di noi.
E come dimenticare il reading di mattina, stesi per terra all'ingresso di quel teatro un po' ingessato, ognuno ha portato qualcosa di sè, abbiamo condiviso un'eucarestia di parole, senza programmi, senza vincitori nè vinti.
E siamo stati amici, compagni, fratelli: comunità.

E quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo creato, masticato, rimandato nel mondo, nessuno può togliercelo.
Perché adesso non siamo più soli.
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