mercoledì 29 luglio 2009

i'm not cool [and i'm proud of it]

Questa pace
- che già mi manca -
la riconquisteremo in eterno




sono stanca. le vacanze dovevano essere una boccata d'ossigeno ma si sono trasformate in una pericolosa finestra su un'altra vita, che per ovvi motivi mi è preclusa. e così sono tornata a firenze più angosciata di quando ero partita.

stufa: sono oberata da facce, quesiti, problemi, fastidi. quando vorrei non dover parlare con nessuno per mesi, chiudermi sul mio terrazzo, tra le mie piante, e scrivere, farmi una birra, un sakè, una bottiglia di rosso.
cucinare per gli amici e ridere. tornare a casa e godermi un po' dell'estate versiliese che mi manca terribilmente.
e stare con la mia famiglia, prima che mia nonna smetta di riconoscermi, prima di perdermi per strada l'essenziale.

tutto questo apparire mi infastidisce. schiere di giovani menti impegnate a dimostrare di essere fighe - cool - di avere qualcosa da dire e l'urgenza di dirlo subito, adesso. combattivi talenti della retorica internettiana che si sfidano a colpi di paroloni, proclami, idee geniali.

in questa piazza virtuale che è così tanto più semplice di quella di una volta, perchè non ti guardi in faccia, non muovi il culo da casa, bypassi le più basilari regole del vivere sociale con un tocco di tastiera.
potenzialmente pericoloso. in realtà completamente ed assolutamente autoreferenziale.
inutile.

seccata, sono seccata.
devo staccare.
e invece ci sono dentro fino al collo, risucchiata.

e questo mio cinismo, questo disfattismo, non mi abbandona mai.
e non viene mai smentito. questo è il dramma.


che poi io sono una ragazza solare e un po' timida, una che parla bene solo quando siamo in due, sempre fottutamente gentile. una che non riesce - fisicamente - a litigare, che aggredisce solo con il silenzio.

è che vorrei che tutto questo parlarci addosso avesse un senso.
come ce l'ha un bacio, una nuotata, una mangiata di pesce, una chiacchierata sincera.

lunedì 27 luglio 2009

patmos

Ci arrampichiamo su mulattiere deserte, il cielo - così trasparente - sembra svanire nei nostri passi di musica dolce, antica. Mi stai portando in paradiso. Adesso. Con la tua tenacia d'amare hai rotto indugi e distanze. E ora siamo una cosa sola.
Agavi e tamerici, capre selvatiche e vento. Il meltemi invade l'anima, spazza sudori e paure.
E riconquisto il mio corpo, libero da ansie e vestiti, pesante di fiato, leggero di sole. Andiamo sotto insieme - in un blu infinito. Ti tocco e sei vivo, così irreale a dieci metri e sopra una vita, di quelle dense e semplici, di quelle che vuoi riemergere e respirare, baciare, lasciar andare.
Qui, alle radici dell'essere. Dell'essere che non è avere, apparire, arrivare, partire.
Di questa caletta strappata ai sassi, profumata di timo. Di questi monti che già sono esistiti e ancora esisteranno, di labirinti di pietre, foreste di alghe.
Nient'altro voglio che non sia qui. Non temo niente, perchè viviamo.

giovedì 16 luglio 2009

vacanze

Quest'anno è stato un tantino stancante. Dire che ho rivoluzionato la mia vita sarebbe comunque sminuire la portata degli eventi. Dire che il mio fisico non ha retto sarebbe un eufemismo.
Per cui, me ne vado in (meritate) ferie.
A Patmos, Grecia. Dicono che sia l'isola dove San Giovanni scrisse l'apocalisse: riuscirà a guarirmi dalla cistite?
Ci vediamo ad agosto.

lettere

E se avessi perso lo stupore? Non perderlo, ti prego. Cinica sì, disillusa, lo capisco, ma non abbandonare la capacità di emozionarti, di crederci ancora, di gettarti nella vita. Non possiamo permettercelo. Se succedesse diventeremmo gusci vuoti in balia delle peggiori intenzioni. Nostre e degli altri.
Io ti conosco lo so che fai finta, che sei fragile come una di quelle nuvole alte, che basta poco vento e si disperdono, cambiano forma. Ma tu sei bella così, con la forma che hai, con qualunque forma tu scelga di avere.


Si cresce e la vita ci segna. Malattie, lutti, delusioni, compromessi.
Eppure non ci rassegniamo a non essere capiti. Perché? Come mai dentro di noi continuiamo a cercare comprensione, a sperare che qualcuno possa vederci nella nostra interezza e prenderci così come siamo?
Siamo testardi: questo è il problema. Siamo stupidi muli che tirano la carretta giorno dopo giorno e anche quando scende il buio e il freddo seguitano dritti per il loro sentiero. Dentro, scendono le lacrime.
E’ la solita vecchia storia, almeno possiamo raccontarcela a vicenda. Almeno non siamo soli. Non è poco, sai? Potrebbe anche bastarci, per questa vita.


Le nostre lettere le rileggevo l’altro giorno, sai? Sono come quei romanzi che non portano da nessuna parte, quelli che a volte ti piacciono e a volte ti fanno incazzare. Come il mio primo, insomma, che tu hai detto che è adolescenziale ma che è stata la prima cosa che hai scoperto di me, ancora prima di parlarci davvero. E quella sera quando eri ubriaca di mojito e ti sei avvicinata e mi hai detto che l’avevi letto, la ricordi? Quella sera ero ubriaco di disperazione e mi sono innamorato dei tuoi occhi, di quel modo che hai di ascoltare quando ascolti davvero, di quei vestitini estivi che si vede se potessi li porteresti tutto l’anno. Potevamo avere un altro inizio, più romantico, più passionale, più assoluto. Ma ci è toccato questo e a me non dispiace, sai? Anche se dopo te ne sei andata perché ti stavo annoiando con i miei problemi e tu dovevi bere dell’altro e scollarti dal mio sguardo. Anche se dopo non ci siamo più parlati per un mese, io non mi preoccupavo. Avevamo già le ere luce dalla nostra parte

sabato 11 luglio 2009

il dottor zivago

giovedì 9 luglio 2009

3 libri per l'estate (I parte)

1978. In una Palermo degradata, infestata da cani randagi, gatti rognosi e cittadini analfabeti, tre undicenni con l'arroganza prepotente dei bambini e l'inquietante lucidità di 40enni danno vita a una cellula delle Brigate Rosse.
Questi piccoli inquietanti mostri - incarnazione parossistica degli anni di piombo - iniziano con la distruzione della proprietà pubblica - la loro scuola - per  approdare al rapimento (e assassinio) di un compagno di classe.
E mentre le ideologie già si vanno sfilacciando e l'ironia  - il male dei nostri giorni - inghiotte e vaporizza la possibilità di cambiare il mondo, i tre rifondano il linguaggio e da lì discendono all'azione, rivendicando il diritto a non subire gli eventi, a farsi atto e non oggetto. E si scollano così non solo dalla loro realtà di ragazzini, dall'infanzia, dagli affetti più elementari, ma dalla stessa essenza di essere umano. (Emblematico il corpo del bimbo ucciso che viene pressato fino all'arresto cardiaco, fino a diventare una cosa...).
Un libro imprescindibile. Da leggere. Assolutamente.

Che dire? E' Salinger. E questi nove racconti brillano come piccoli gioielli. Tra tutti 'Un giorno perfetto per i pesci-banana'. L'infelicità quotidiana che solca la facciata del benessere borghese come una crepa, un humor tragico, la solitudine come unica possibilità esistenziale.
Solo i bambini  - e i cosidetti folli - aprono finestre su un mondo sincero, assediato anch'esso dai ritmi e dalle regole di una contemporaneità vacua, fasulla. E cattiva.





La guerra civile spagnola (e la guerra, in assoluto, come evento impossibile da metabolizzare, inconcepibile, assurdo) l'amore tra un uomo e una donna (semplice e assoluto come l'amore dovrebbe essere) l'orrore che si annida nell'animo umano (indimenticabile la descrizione del linciaggio di un gruppo di borghesi da parte della folla inferocita).
E ancora: una prosa essenziale e toccante, i personaggi più vivi che io abbia mai letto, un finale indimenticabile, Cosa si può chiedere di più da un libro? Nulla. Cazzo, Hemingway è un genio.

domenica 5 luglio 2009

cerchi

Mi indispettite. Tutti. Perchè sapete riconoscere solo il marcio, quello che va avanti per interesse e disincanto. Perchè siete capaci solo di lamentarvi e scrivere parole inutili - inutili sì, e illudervi anche di avere un senso, uno scopo, che cambierete qualcosa, smuoverete, aprirete occhi e coscienze. Gettate sassi nel fiume, mandate avanti le onde, l’acqua si increspa, si cerchia ma la pietra va a fondo. Assorbita, inghiottita. Dimenticata.


Invece. In stanze di dolore qualcuno si alza, ogni mattina, e costruisce origami, pianta tulipani e ortensie. Cura l’anima e il corpo, regala sorrisi, spande colori su corsie anonime, su sale per la chemio, su visi spenti dalla routine ospedaliera. E ride. E ridono, tutti, in faccia alla morte. Perché chi ride non è perduto, chi ride non si è spento, non si è arreso. E se muore, muore contento.

Giuardatevi. Guardiamoci. Così presi da noi stessi da non rendercene neppure conto. Lamentosi come bambini a cui è stato negato il gioco, meschini nei nostri sogni di grandezza, egoisti d’amore.
Mi indispettite. Tutti. Mi indispettisco da sola.

mercoledì 1 luglio 2009

non è una disgrazia

Sono senza parole di fronte al lutto che ha colpito Viareggio. Sono senza parole forse perchè le ho esaurite tutte per scrivere i servizi, per il mio lavoro.
Ma ho gli occhi ancora pieni della mia città (perchè Viareggio è una delle città che sento mie) colpita, ferita al cuore, smembrata in due, bruciata, stuprata.
I morti, ustionati, i feriti gravi, le gente che ha perso tutto che piangeva davanti al comune oggi, la nube di fumo che mi raccontano si è alzata nera - portatrice di morte - il suo odore è arrivato fino a casa mia...
Povero il nostro Paese devastato da disastri che vogliono farci ingollare come tragedie ineluttabili: non c'è errore umano, per carità, è il maledetto destino....
Col cazzo! Io dico: incazziamoci. Io voglio le teste di qualcuno, perchè qualcuno ha colpa, un treno pieno di gpl che deraglia da solo non è normale, non è un nubifragio o un fulmine, non è un evento causato dalla natura ma dall'imperizia/incuria dell'essere umano - di qualche o più essere umano.
E intanto è già iniziato il rimpallo delle responsabilità.
Povero Paese massacrato, poveri i nostri morti che avevano la sola colpa di esistere lì, in quel punto, in quell'esatto momento in cui il vagone è uscito dal binario, si è spezzato, è esploso...
Poveri noi, che non alziamo più la voce.  Piangiamo sì, disperiamoci, strappiamoci i capelli e il cuore ma poi incazziamoci e chiediamo giustizia. Giustizia.
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