sabato 31 gennaio 2009

intrusi

E siamo soli, disperatamente soli. Lo penso mentre il sonno tarda ad arrivare e so che dovrei dormire, riposare gli occhi, il cervello, le braccia, dimenticare i cattivi pensieri.
La disperazione sale come acqua versata goccia dopo goccia nel bicchiere, su fino all'orlo. Dove stiamo andando, tutti, dove cazzo stiamo andando, cosa stiamo facendo dei nostri giorni, del nostro tempo, del nostro amore.
Sprechiamo tutto. Ci meritiamo questo mondo che va a scatafascio, che implode su se stesso.

Ho passato il pomeriggio ad ascoltare un branco di economisti e sociologi che discutevano di felicità. E mi hanno fatto riflettere e vi avrei scritto un post carino e ironico - giuro, l'avevo in mente - vi avrei raccontato di come noi toscani siamo convinti di vivere ancora nel rinascimento, di quanto è ridicolo sentire analizzare la crisi economica da gente che probabilmente ha un conto a dieci zeri alle isole fiji.

Invece niente ironia, niente riflessioni illuminate io-sì-che-la-capisco-la-vita.
Solo a
lzheimer. Che schifo di parola, vero? Cosa ci fa qui, nella vita di chi amo, nella mia casa questa parola? Cosa vuole da noi, si deve essere sbagliata, deve essere scivolata dentro all'improvviso mentre eravamo distratti, ci ha ingannato.
Che se ne vada, che svanisca, che ci lasci i nostri ricordi e la nostra dignità.

Hai sbagliato Ilaria. Ci deve essere stato un punto in cui hai iniziato a scendere, in cui ti sei lasciata sfuggire tra le mani la gioia, un anello debole che ha fatto saltare tutto.
Questa tristezza non ci nobilita. Questa tristezza ci cala addosso come cappa di morte e ci allontana, ci rende ancora più soli.

Torno a fissare la mia parete bianca.

mercoledì 28 gennaio 2009

generazione di nomadi

Quando nel 2001 lasciai casa dei miei genitori e andai a vivere a Pisa non avrei mai immaginato che a ventisei anni sarei stata ancora presa da scatoloni, imballaggi e valigie fatiscenti dal troppo uso. Me ne andai per convivere con il mio ragazzo dell'epoca, ero eccitata e spaventata, estasiata e allibita. Nel complesso, ero felice.
Un'altra vita, un'altra persona.

In otto anni ho cambiato otto case e tre città. La simmetria mi inquieta.
Vivo da un anno e mezzo nello stesso appartamento: un seminterrato umido e infestato dalle zanzare. Un buco, ma mi sono affezionata, mi sono cullata in una stabilità seppur precaria. Invece tra qualche giorno me ne vado e mi preparo a battere il mio record: due diverse case in tre mesi.
Niente male per una abitudinaria come me.

Otto anni di traslochi hanno spezzettato i miei averi in entità autonome. Ci sono libri che non vedo dal 2003, cianfrusaglie di vario genere che oggi butterei nella spazzatura senza battere ciglio, ma che nel 2005 incartai con cura e misi via con la morte nel cuore.
Vedo i miei cd, i miei quaderni, sparire in fondo ad uno scatolone e mi chiedo quando li avrò di nuovo tra le mani. Dovrei riaprire tutto tra qualche mese, ma ormai sono cresciuta abbastanza da rendermi conto che la vita non segue quasi mai i piani prestabiliti.

Siamo una generazione di nomadi, di case in condivisione e divani sfondati, di materassi usati e stufe incrostate. I mobili ikea sono il lusso supremo, roba buona per durare qualche anno, roba che riesce persino a sopravvivere ai nostri cambi di domicilio e ai passaggi di proprietà.
Voglio credere che ci sia qualcuno a cui piaccia questa vita, che i motivi di frustrazione per quelli della mia età sono anche troppi. Voglio sperare che ci sia qualcuno che ogni volta impacchetta con gioia le sue certezze e si getta verso nuove avventure, ma io ne ho piene le scatole (in tutti i sensi).
Io ho esaurito la mia scorta di traslochi felici. Quel che resta è solo un gran senso di vuoto.

incompiuta

Nubi cobalto e striature viola

in queste acque mai viste
ti vedo

Camminavamo e tu schivavi la pioggia
io raccoglievo schegge di vita
con sangue e lacrime
riattaccavo i pezzi

Troppo fu detto, poco vissuto
si frantumò l'incanto

Schubert suonava in un angolo ancora
la sua incompiuta

martedì 27 gennaio 2009

notturno

Le strade bagnate luccicano catrame e sangue. Ti trascini dietro una borsa, hai le orecchie imbottite di musica.
All'improvviso la consapevolezza ti stordisce come un pugno negli zigomi.
Maledizione questa è la tua città e tu l'hai scoperto solo adesso.
E sei forte. Potente come mai avresti creduto. Sorridi alla tua immagine nei finestrini delle auto e ti aspetti quasi di vedertele esplodere davanti.
La bellezza è nelle occhiaie che ti solcano il viso, nelle mani raggrinzite che bucano le tasche, nelle ombre che si allungano sul selciato sporco.
Il cielo si allarga di nebbia violacea, il vento scuote le fronde degli alberi.
Il mondo dorme e respira e pulsa.
Ridi e accelleri il passo. Questo è un delirio di onnipotenza in piena regola e vuoi godertelo fino in fondo.
La vita ti assedia e cancella le angoscie.
Corri adesso e il fiato non si spezza.

martedì 20 gennaio 2009

l'uomo che guardava passare i treni - simenon

Kees Popinga è un onesto padre di famiglia, un buon borghese la cui unica aspirazione è possedere la più bella casa della città, la marca più buona di biscotti sulla tavola e la migliore stufa di maiolica nell'angolo della cucina.
Unico neo in questa esistenza scandita dalla routine è la sua strana passione per i treni, specialmente quelli notturni, su cui saltare all'improvviso, senza programmare niente, come una porta per altri universi e altre vite.
Un giorno Popinga scopre che il suo capo ha truffato l'azienda e ha mandato tutti in rovina.
Basta una piccola crepa e il suo mondo va in pezzi, come un'immagine tenuta insieme da un debole collante che al primo colpo di vento si sfracella.

Così Popinga molla tutto, uccide una entreneuse che gli si nega e diventa suo malgrado un assassino ricercato dalla polizia di tutta Europa.
Si trova così a dover contare sulle sue sole forze per sfuggire all'arresto eppure non si è mai sentito così vivo, così se stesso e così lucido.
Si era sforzato tutta la vita di essere Kees Popinga, per paura che la più piccola deviazione dai gesti di ogni giorno rivelasse agli altri e se stesso che era tutta una grande recita. Adesso non deve più recitare, adesso è libero dalle convenzioni e dalle gambie mentali: è solo, ma non più di quanto lo fosse quando viveva nella tranquilla apatia della vita familiare o nella monotonia del circolo degli scacchi che frequentava.
Kees avrebbe potuto essere chiunque altro sin dall'inizio e nella latitanza inizia ad appuntare sul suo taccuino i diversi modi in cui le persone lo vedono, l'idea che si fanno di lui. Ma tutti sbagliano, nessuno capisce, nessuno può capire chi è il vero Popinga.
Gli occhi degli altri storpiano la realtà e la decifrano secondo codici diversi: qualunque gesto viene frainteso.

Popinga viene definito pazzo, alienato socialmente e non c'è niente di più vero. Dal momento in cui ha deciso di mettere da parte le convenzioni del sociali, di vivere secondo la sua natura più profonda - che non è quella di assassino, ma quella di un animale che si prende quello che vuole - è diventato per la polizia più pericoloso di qualunque altro criminale.
Popinga pecca di ingenuità nel volersi prendere come un 'dilettante' (così definsce se stesso) quello che uomini più scafati di lui ottengono barando ma secondo le regole sociali. Ma Kees ha trovato se stesso, si è spogliato di tutte le sovrastrutture e non può più giocare secondo le regole. Sarebbe in grado di indossare una qualunque altra maschera ma ha capito che non ne varrebbe la pena.
Così, inevitabilmente, soccombe e come il mondo non aveva capito la sua tragica ascesa alla ribalta delle cronache, così non capisce la sua rovinosa caduta nella pazzia e lo rinchiude in un manicomio.

giovedì 15 gennaio 2009

sogni

Il lago si è tinto di sangue, le nubi scure sull'orizzonte sono pensieri molesti che avanzano nel cielo. Tramonti così belli esistono solo in sogno, anche quando sono reali.
E forse stai solo sognando di essere seduta su questo legno corroso e anche l'amico che hai vicino non esiste davvero, un amico che ti conosce da una vita e non ti chiede niente, un amico con cui puoi piangere.
Forse sei sola, da qualche parte nel mondo, su un letto, in una stanza mal illuminata.

Qui non esiste nulla. Qualcosa vola sul pelo dell'acqua, lo sciabordio è una culla di quello che verrà.
Lasciati andare alla disperazione, abbracciala, non può fare più male di così, te lo assicuro.
Qui sei a casa e il calore che senti e che emani è vero.
Prima che la notte scenda, te ne andrai in compagnia del tuo amico.
Entrerai dalla porta e abbraccerai tua madre e il mondo sarà fuori. Tutto il resto sarà fuori, non conterà, non sarà giudicato.

Forse stai solo sognando, forse ti sei attaccata alla stufa e hai lasciato che i capelli ti coprissero gli occhi.
Forse, l'unica cosa vera che ti resta sono le lacrime.

lunedì 12 gennaio 2009

specchi

Un mondo sta finendo. Fuori scende la pioggia, fitta. Pensi alle cose che lascerai senza rimpianto, se non quello di non essere riuscita a fartele piacere. Ogni tanto, bisogna anche arrendersi di fronte all'evidenza.
Cercano di insegnarti che esiste una realtà oggettiva - una verità - a cui si deve pagare pegno. Che certe emozioni vanno espresse, che non va bene aspettarsi che gli altri capiscano, che qualcuno capisca.
Ma il rigore mentale proprio non fa per te. Tu sei per le sfumature, per quello che non si può dire ma solo sentire, per quello che non si può spiegare ma solo vivere.
Se solo si fosse capaci di ammettere che lo siamo tutti: egoisti, melagomani, chiusi nei nostri piccoli mondi, in attesa di intrappolare qualcun altro nelle nostre certezze e raccontarci fino alla nausea.
Non esistiamo senza gli altri. Siamo specchi che si riflettono a vicenda e deformano la visuale.
Quando l'immagine si incrina come bambini viziati rompiamo lo specchio - al diavolo i sette anni di sfortuna - e gettiamo in un angolo quello che solo ieri era il gioco prediletto. E godiamo nel calpestarlo, dio se godiamo a gettare nel fango quello che fino al giorno prima abbiamo amato e custodito con cura.
Non puoi essere nè meno nè più di ciò che sei.
Seduta alla finestra guardi la pioggia che cade.
Fatevi avanti, pensi. Fatevi avanti tutti.

FACCIAMO FINTA CHE SIA PER SEMPRE

Dopo mille peripezie tragico-comiche, il mio primo romanzo 'Facciamo finta che sia per sempre' ha trovato un editore e a marzo (circa) sarà nelle librerie.

Il libro uscirà con Intermezzi Editore, per saperne di più vi rimando al loro fighissimo blog.
Sono pisani e questo per me è un felice ritorno alle origini.

Qui trovate qualche anticipazione del romanzo
leggete, incuriositevi, criticatemi :-)

Stay tuned!

venerdì 9 gennaio 2009

duezerozeronove

Seguirò i tuoi occhi
non mi farò abbagliare
stringerò istanti e saprò
renderti quel che mi desti

Duezerozeronove

Scorriamo veloci
e viviamo la vita
quello che sono,
sei

Duezerozeronove

Odi le date ma questa
è solo una parola

giovedì 8 gennaio 2009

cose semplici e banali

Ho sempre creduto di sapere cos'era che contava per me, per cosa valeva la pena lottare. Ho sempre reputato la mia scarsa propensione per le scelte irreversibili soltanto una debolezza del mio carattere.
Ho impiegato molto tempo a scoprire che sono semplicemente adattabile.
Sono riuscita ad essere felice in ogni situazione, come una funambola che schiva il dolore e ogni volta che il gioco le riesce batte le mani.
Spesso per evitare i dispiaceri ho lasciato andare delle belle opportunità, ma mi sono ogni volta convinta di aver fatto la cosa giusta.
Come quando dovevo andare a Parigi 9 mesi con il Socrates: avevo vinto la borsa di studio, avevo trovato una stanza e all'ultimo minuto rinunciai a tutto, perchè parlavo male il francese e mi terrorizzava l'idea di vivere in una metropoli dove non c'era nessuno a cui volevo bene.

La cosa strana è che non me ne sono mai pentita. E questo la dice lunga.
Lo stesso ho fatto con il lavoro e con gli uomini: sempre la scelta più facile, quella più comoda.
Mi hanno spinto ad essere competitiva ma io non sono mai stata ambiziosa.
Da piccola mi piaceva nuotare ma smisi di andare in piscina quando cercarono di costringermi a fare le gare.
Se riuscissi a campare come scrittrice non farei niente di grandioso. Tornerei a casa mia e mi comprerei un buco sulle rive del lago, oppure sulle colline di Massarosa, e lì mi rintanerei al calduccio.

Più vado avanti e più la mia apatia per le cose del mondo diventa profonda.
Alla fine conta solo avere vicino qualcuno che ti voglia bene e ti accetti per come sei: famiglia, amici, amori.
Io so che la vita che conduco adesso non durerà per sempre. Tra quattro o cinque anni spero di essere in campagna a scrivere, con l'uomo che amo accanto e un figlio. Mi sono stancata di fingere di desiderare qualcos'altro.

mercoledì 7 gennaio 2009

punti di vista

Lei è molto giovane e si è innamorata di lui a prima vista.
Lei è un tipo impaziente e non solo perchè ha diciotto anni. E' una che vuole tutto subito, una di quelle che sull'autobus si accaparra l'ultimo posto libero, che salta la fila al bar e a tavola prende il pezzo migliore del pollo.
Lui è un tipo diffidente, il classico figlio di genitori divorziati (male), cresciuto a carenze di affetto. Lui è uno che prima di darti il numero di telefono ci pensa tre giorni, che si è comprato la macchina per non dover socializzare sul pulman, che preferirebbe prima sposarsi e poi fare l'amore.
Lui ha bisogno di parlare. Lei ha bisogno di qualcuno che abbia qualcosa da dire.
Sono entrambi molto soli e sanno di esserlo, che in fondo conta solo questo.
Al secondo bacio lei gli confessa di amarlo.
Di cosa stai parlando - le dice lui - ci conosciamo appena, non sono cose da dire alla leggera, diamine.
Lei aspetta invano un 'anche io' che non arriva.
Passato un mese fanno l'amore. Dopo, lei piange stringendolo a sè. Nè per dolore, nè per piacere: un mondo è finito per sempre.

Ma lei non riesce più ad aspettarlo, anche se non glielo dice e lui non le chiede di avere pazienza, anche se lo spera.
Così lui la mette alla prova: sparisce, sperando di trovarla al suo ritorno.
Lei, sicura ormai di averlo perso, va a letto con un altro.
Lui si convince di aver fatto bene a non fidarsi di lei: guardala, alla prima difficoltà si è buttata tra le braccia di un altro.
Lei si convince che lui non l'abbia mai amata, altrimenti mica se ne sarebbe andato via per un mese senza avvisare, staccando anche il telefono, senza neppure una lettera, un messaggio, un piccione viaggiatore.

Ci sono amori che nascono per risplendere nel sole. Altri invece si devono accontentare del riverbero scarno di una candela.
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