mercoledì 14 ottobre 2009

epica privata

Quando sono nata volevi un maschio ma ti sei subito affezionato a quella nipote malaticcia e testarda che ti aiutava a piantare le patate, governare i conigli.
La curo io la bimba, dicevi. E giù piatti di maccheroni e ragù, vino annacquato un poco che fa sangue, giornate a petto nudo al sole per rinforzarmi le ossa, uova bevute a crudo ancora calde di pollaio.

Le tue colazioni da gigante le osservavo ammirata dalla mia seggiolina: partivi da caffellate e tarallucci e approdavi a pane, prosciutto e un gotto di rosso. Poi partivamo tutti e tre per l'uliveto con i vestiti rovesciati: la macchina si arrampicava sui colli finché - come per magia - spuntava nel verde la casina di lamiera e potevamo posare a terra le reti.

Mi insegnavi a togliere le zecche al cane, a giocare a carte, a legare i pomodori, ad andare in bici. Ti arrabbiavi quando salivo sui rami più alti del fico e non volevo scendere, quando rispondevo male, quando mi trovavi addormentata sulle pietre dietro casa come una lucertola.

Urlavi a chi osava superarti in macchina, alla nonna che ti stava troppo addosso, ai nipoti che non mangiavano le tue albicocche, al cane che ti disubbidiva.

Ti immagino nell'inverno del '44 disertore in fuga da Napoli a Bozzano metre rubi i vestiti da civile che una contadina ha lasciato a stendere fuori.
Ti immagino litigare con la tua famiglia d'origine e decidere che non avresti mai più rivolto loro la parola. Ti vedo rispettare quel giuramento ogni giorno per oltre 30 anni.
Ti vedo ragazzino con poca voglia di studiare picchiato dal maestro scappare da scuola e non rimetterci più piede.
Ti vedo precipitare dall'ulivo e restare appeso per quasi un'ora, il ginocchio che cerca di staccarsi dal corpo: ti vedo mentre con uno sforzo di reni finalmente tocchi il suolo, riesci a salvarti la gamba.

E le tue cadute epiche, i ribaltamenti con l'apino che quasi finisci nel fosso, i venti punti alla testa dopo quel volo giù da una piana in gennaio. E le tue piccole invenzioni di legno e acciaio, il tuo laboratorio che odora di mastice e polvere.

Voglio ricordarti così, con il volto fiero e furbo, gli occhi celesti che ridono, la voce molto al di là del volume sopportabile.
Voglio ricordarti franco e testardo, dolce d'improvviso e sempre pronto alla battuta, mentre mandi affanculo la nonna e scappi al bar per una mano di briscola.
Senza vecchiaia, senza malattie, senza incomprensioni e lontananze.
Voglio ricordarti forte e pesante - io in piedi sul seggiolino della bicicletta ti stringo forte, non ti lascio andare via. Ti tengo con me, nonno.

4 commenti:

  1.  Le cadute epiche e le piccole invenzione... pare di vederlo all'opera.

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  2. utente anonimo18 ottobre 2009 14:16

    Che dolce saluto per un super nonno.
    Ne sarà contento nonché fiero ed orgoglioso.
    Gianni

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  3. Bellissimo, stupendo. Mi hai fatto riprovare tutte le sensazioni che ho vissuto da bambino con il mio di nonno.. anche lui vino ed acqua per me, anche lui uliveti ed uva.. se dovessi mai scrivere di lui verrei a rubarti le parole.
    Grazie :-)

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  4. era un uomo d'altri tempi, aveva una tempra e una energia straordinarie... una grande voglia di vivere e l'ha fatto... ha vissuto fino in fondo lucido e forte, nonostante la malattia
    grazie a tutti quelli che hanno letto e che l'hanno fatto rivivere per un poco nei loro pensieri

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