domenica 30 novembre 2008

lampi

La città dorme e tu guardi la pioggia che cade fuori dal finestrino del taxi. Casa, sto andando a casa, pensi, ma chiameresti così qualunque buco con un letto che ti aspetta e una riserva di vodka in frigo.
Nascondi le occhiaie con il fard così bene che nessuno sembra vederle. Il tuo modo di chiedere aiuto somiglia ad una risata in faccia al mondo e questo non sembra servire. Più ti circondi di persone e più ti senti sola e questo continua a sembrarti assurdo.
Fuori, scorrono immagini di antichi splendori. Tutto continua ad esistere anche senza di te, senza di loro, senza noi tutti. Ti commuove lo stridere inconsapevole delle vite degli altri, lo sfiorarsi inutile delle realtà che attraversi.
Così ti avvolgi al collo cappi di inaudita bellezza, dolori lancinanti che brillano nella notte come fulmini di un temporale lontano. Rischiarano il cielo senza fare rumore, proprio come quella tempesta sul mare di tanti anni fa.
Allora, restaste incollati alla spiaggia per ore mentre l'orizzonte lampeggiava di nero e lo sferzare delle onde cresceva sulle gambe nude. Restaste per vedere se alla fine sarebbe arrivato a bagnarvi i capelli, a cacciarvi via come guardoni indiscreti, a punirvi per quello spettacolo di cui non avevate pagato il biglietto.
Non arrivò, invece. Maledizione. Non arriva mai nessuno a capovolgere il cielo.

martedì 25 novembre 2008

vetro e vento

Sono fatta di cristallo trasparente, vetro fragilissimo. Cammino per le strade ghiacciate del centro e la gente mi urta. Quando alzo gli occhi incontro solo visi orientali, donne esili arrampicate su tacchi improbabili, occhi allungati ombreggiati di scuro, capelli scalati a coprire le guance.
Il mio i-pod è resuscitato dal coma. Mi sento come se mi avessero riattaccato un braccio con le cuffie ben piantate nelle orecchie.
Il vetro mi separa dal mondo. Si graffia molto facilmente o forse sono gli altri ad aver affilato le unghie, così, tanto per vedere se sotto sono fatta di carne anche io. Non sanno che tutto mi ferisce. Il vento che filtra dalle calze e dalle maglie della sciarpa. Le parole non dette e quelle sbattute in faccia.
Da piccola mi dicevano che ero egoista. Mi facevo i fatti miei. Sostanzialmente, continuo a comportarmi allo stesso modo. Non chiedo niente a nessuno eppure ancora oggi mi stupisco di quanto gli altri pretendono, ordinano, rinfacciano.
Fa troppo freddo per coprirsi ancora. Arriva un punto in cui i vestiti non riscaldano più perchè la circolazione si è bloccata, stretta in tutta quella lana, microfibra e cotone. Hai indossato il cappotto più pesante che hai e ti senti solo soffocare.
Sotto, la pelle gela.
Forse dovrei infilarmi in un bar e bermi un amaro - un secchio di montenegro, grazie.
Forse dovrei camminare fino a non sentirmi più i piedi. Ma vorrei la città solo per me. Solo io e il vento a passeggiare per i viali deserti, a spintonarci sui lungarni fiochi di luce, a rincorrerci da un bar all'altro. Così potrebbe anche andare.
Vetro e vento stanno bene insieme.

venerdì 21 novembre 2008

gocce

Le strade sono bagnate
altre pioggie, altre gocce
precipitano

Alzi gli occhi e bevi
questo cielo di nebbia

Quando ero piccola
saltavo nelle pozzanghere
e mi bagnavo i capelli
e non compravo scarpe

L'orizzonte collassa
non lo senti
è vero
non fa rumore

Quando contavo i chicchi di grandine
avevo un mio sistema
e la finestra era fredda sul naso
e fuori era solo fuori
e dentro, solo io.

giovedì 20 novembre 2008

conversazioni (6)

"L'altra notte ho rivisto Donnie Darko, te lo ricordi?"
"Ma quel film dove c'era il ragazzino che vedeva il coniglio e viaggiava nel tempo?"
"Quello lì. Mi sono accorta che la prima volta che l'avevo visto non avevo capito niente, strano, eppure ero convinta del contrario"
"Non finisce con lui che muore per aggiustare la linea del tempo?"
"E' un po' più complicato di così, comunque l'idea è quella. La tipa nel film a un certo punto dice a Donnie che le piacerebbe tornare indietro nel tempo per sostituire ai momenti negativi solo cose belle, per avere solo bei ricordi"
"Sai che palle avere solo ricordi belli"
"Perchè? Pensa invece a tornare in tutti i punti dove hai fatto una cazzata e poter cambiare la tua decisione"
"Senza i nostri errori non saremmo più noi. Prendi me, se non avessi mollato l'università adesso non sarei qui e alla fine sono contenta così, eppure lasciare gli studi è stato un errore, no? Ogni volta che scegliamo una strada escludiamo tutte le altre, come un albero che si biforca all'infinito, noi seguiamo un solo ramo ma non possiamo mai sapere dove ci avrebbe condotto l'altro"
"Stai dicendo che anche se cambiassimo le scelte sbagliate non è detto che ci ritroveremmo in una situazione migliore?"
"Brava. E' tutto relativo"
"Quindi tu non cambieresti niente del tuo passato?"
"Una cosa sola. Tornerei indietro a salutare mio padre, quella mattina in cui ha avuto l'infarto io stavo dormendo. Mi alzerei e andrei in cucina a chiacchierare un po'. Tutto qui."

lunedì 17 novembre 2008

las vegas - Nella Vasca dei Terribili Piranha

Continuano le presentazioni dei fighissimi blogger dell'antologia Rien ne va plus in uscita per Las Vegas Edizioni. Oggi la guest star è Alessandro Raveggi di Nella Vasca dei Terribili Piranha.

Alessandro Raveggi è nato a Firenze nel giugno del 1980. Scrive in prosa, poesia e per il teatro. Ha pubblicato due raccolte e vari testi teatrali. Ha diretto la rivista letteraria Re: e la compagnia Teatro dell'Esausto. Suoi racconti sono apparsi anche su Nazione Indiana e Terra Nullius, nelle antologie "Sotto la lente. Antologia di scrittori fiorentini" (Perrone editore, 2008) e "Il sapore del fumo" (Effequ, 2005). È stato segnalato in importanti premi tra i quali il Premio Riccione per il Teatro. Ha partecipato come nuovo narratore all'edizione bolognese di Ricercare nel 2007. È dottore di ricerca in Estetica letteraria presso l'Università degli Studi di Bologna e si è occupato come curatore e regista di teatro contemporaneo.

Nella Vasca dei Terribili Piranha, una ricerca sull'insostenibilità che parte da adesso, è un romanzo di fantastoria, letteratura comics e mistificazione di Alessandro Raveggi. Un progetto che sveli le proprie trame (e le complichi in fieri attraverso paratesti) sul web, http://nellavascadeiterribilipiranha.wordpress.com, un web come mezzo e non come fine. Da dipanare e da sbrogliare. Di cosa tratta? Una congiura contro il Principe degli Abissi, il principe degli Uomini Pesce. Ex-attrici alla ricerca di un figlio. Un viaggio tra l'Europa e le Americhe. Che parte dalle Isole Canarie. Attraverso un apprendistato. Per chiudersi in Italia, nel diluvio universale annunciato. Un racconto sull'attraversamento delle identità (e delle super-identità). Sull'invalicabilità apparente dei confini e delle possibilità. Sull'apnea. Girando attorno ad un argomento fin troppo vasto ed estenuante: il mito di Atlantide. "Tutto è presente, capisci? Ieri finirà soltanto domani e domani è iniziato diecimila anni fa." (William Faulkner)

La Risolutezza, presente nell'antologia "Rien ne va plus" di Las Vegas Edizioni (febbraio 2009) è un'anticipazione del romanzo.

Tutti vogliono respirare sott’acqua.

Esperimenti di controrivoluzione anfibia. I.

Ditelo a sua mamma disperata, coi moccichini umidi fra le mani e suo figlio con quel sibilo rotto in gola, che regge a forza il sorriso nel lettino basculante dell’ambulanza. Ditele che questa sua mania anti-evolutiva se l’è gingillata tra i pensieri col suo gruppetto di amici del dopopranzo. Che si lamenti, lei, come ci si lamenta per il baratto scolastico di panini di fine artigianato casalingo in cambio di figurine introvabili di manga medievali e guerrieri celtici. Si dica a suo figlio che questa sua mania è prodotta dal Diavolo, prodotta dagli Altri Grandi fuori dalla cerchia ristretta della famiglia. Gli si dica che è prodotta dalla mafia turca, dai katzelmacher o dai drogati, che non sarebbero altro poi che i fratelli Più Grandi dei bambini, suoi amichetti, nati dagli Altri Grandi, quei meschini…

Così non si fa, gli si dica.

Va oltre le tue possibilità.

Hai i tuoi otto anni per capire che ciò che ti contiene è una gelatina di carne con un suo marchio di fabbrica millenario.

Le scimmie, quelle lì che mostrano impudiche il culo arrossato come un tiro a segno per arachidi, sono tue cugine alla lontana. Per questo andiamo allo zoo a trovarle, Bernard.

Insomma, gli si dica, la pelle di questo insaccato rosa che sei, non si può, ad esempio, bucare, se non vuoi che il liquido tipo sciroppo al lampone per frittelle fuoriesca. Nemmeno con lo stuzzicadenti del cervello, ciò che i romantici tedeschi, o i drogati, chiamano l’Immaginazione, pronta a disincagliare i dubbi e a mostrarli vividi e incolmabili davanti agli occhi. Sei un bratwurst umano preconfenzionato con una forte attività ghiandolare, oltre la quale non si va, specialmente sott’acqua, con la testa in una fontana di Monaco, col muso a due centimetri da quel cimitero subacqueo di lattine sfrangiate come anemoni.

Anche se lui non lo sta emulando, l’esempio. Lo sta sperimentando coi suoi amichetti. Perché l’esempio serpeggia, anzi zampetta, come una salamandra, dalla terra ferma agli abissi. La terra ferma è sicura. È quel plateau di mollica di pane incorniciato in una crosta sottile marrone, sul quale la mamma col grembiulino gioca le sue carte. Le carte verdi e gialle, rosa e rosse degli alimenti, alimenti che lui, quella salsiccia carina col caschetto biondo, i piccoli orecchi serrati a conchiglia, ora emaciato sul lettino, con quel sinistro trionfo negli occhi, rifiuta di mangiare da giorni. Al massimo, dice lui, qualche verdurina, adagiando la lingua sul lembo ticchiolato dai parassiti. Ha chiesto delle alghe, ultimamente, dei piccoli pesci o degli organismi unicellulari. A quest’ultima richiesta, lei ricorda le Scimmie di Mare, i microscopici crostacei che vendevano sulle riviste degli anni Settanta, assieme agli occhiali ad infrarossi per guardare oltre i vestiti delle signorine sul tram. Le potevi far crescere e addomesticare in soluzione salina. Tu, mamma, adesso ti stendi creme d’alghe sulle gambe e ingoi pillole d’olio di pesce Omega-3 per pensare più velocemente all’intrico d’orari tra la palestra e il gruppo di poesia. Mai e poi mai darai da mangiare a tuo figlio quella roba, mai stenderai crema rassodante d’alga su di un toast o gratterai pillole d’Omega-3 sulla zuppa fumante per cena. Sarebbe inumano. Inumano come le profondità oscure dove il piccolino si andrà a cacciare, se continua a frequentare certe idee. Senza più alcun riferimento, sia esso la famiglia, l’insalata, il prosciutto affumicato, le zuppe calde o addirittura le adesso accettabilissime figurine barattate. Ma lui, il piccolo Bernard, la cassa toracica squassata dalla pressione dell’acqua, non ha avuto paura di quell’abisso a portata di mano. È rimasto lì sotto un po’ troppo, in apnea nella fontana del parco di Monaco, i suoi amichetti esultanti attorno alla sua schiena piegata sul bordo. Pensava di farcela. Anche lui, come altri suoi coetanei, voleva essere un ragazzo-pesce.

Lei si pente, aggrappata a quel lettino d’ambulanza, di aver gridato quella volta, sotto la pagoda del bar, al suo bimbo-bratwurst sulla spiaggia affollata di Rimini. Corri Bernard, corri pesciolino della Baviera, vai a tuffarti!, ha gridato all’esserino che sgambettava verso il mare coi braccioli grandi almeno il doppo della testa, spintonando coi gomiti sporchi di sabbia i bambini bolsi degli italiani. Corri, mio piccolo pesce!

spine

Una spina nel fianco
sei
e gli occhi si socchiudono
la pelle brucia
sulle lenzuola

Vieni qui, adesso
a consumare aria e respiri
ad arricciare le dita
a strappare capelli

Vieni
a mordere l'incavo delle guance
e poi contare i segni

Vieni e stringimi i polsi

Vieni e caccia la luce dagli angoli

E sia solo notte e silenzio

Vieni

e rubami il fiato

venerdì 14 novembre 2008

SHAME ON US (E 2)

Siamo un paese che dimentica in fretta. L'avevo già scritto qui e sono costretta a ribadirlo oggi. Già, perchè oggi la prima sezione penale del Tribunale di Genova ha condannato tredici persone per i fatti accaduti alla scuola Diaz durante il G8 e ne ha assolte 16. Guarda caso sono stati giudicati innocenti tutti i vertici della polizia.
Sto perdendo anche la forza di indignarmi e la voglia di parlarne.




giovedì 13 novembre 2008

perchè no

Stai immobile sul ciglio del fiume e guardi il cielo che si ammorbidisce. Aspetti questo momento da quando lui ti disse perchè no.
Perchè no, ti chiedi adesso e vorresti una grappa, un amaro, persino un po' di gin.
Lo tireresti giù in un solo sorso e sentiresti il calore spadersi dalla gola alla punta delle dita. L'hai visto bere una sola volta e ci sono stati discorsi lucidi e sorrisi nascosti dietro le mani e lacrime scambiate per sudore.
Come quando lui si era tolto la maglia e la condensa sul finestrino dell'auto ti era sembrata una cappa di nebbia che tagliava fuori il mondo. E avevi leccato gocce perlacee dalle sue scapole e lui ti aveva chiuso gli occhi prima di sfilarsi i jeans.
Ma tu li avevi riaperti subito, perchè volevi vedere la differenza, perchè la tua nudità ti era indifferente e sembrava uno scambio alla pari, in fondo.
E già il tanto di cui non ti importava ti gravava addosso come un presagio, eppure eri capace di sentire le gradazioni del suo respiro e ti tremavano le mani mentre guidavi i suoi fianchi.
E non c'era stato imbarazzo -dio, se ci fosse stato- né indecisioni, che ti eri spinta talmente oltre che ti pareva insensato tornare indietro.
E quando tutto era stato compiuto avevi cominciato ad aspettare il momento in cui avresti guardato il fiume, la spiaggia, la panchina dell'autobus con gli stessi occhi con cui adesso fissi un punto indefinito di quell'acquitrinio in cui ti ostini a vivere.

martedì 11 novembre 2008

sono sempre stata qui


Con le nostre discussioni serie
si arricchiscono solo le compagnie telefoniche
(Le Luci della centrale elettrica)



Tutta la tristezza



delle tue pagine
gocciola sull'anima

E ti sento senza capirti


Quando ti voglio
ti cerco nelle parole

E soffro senza scampo

Come quando dicevi banalità
ed esplodevano galassie
come quando chiudevi gli occhi
e bruciavano alberi

Sono sempre stata qui
nella stanza accanto
legata al letto

E contavo anni, vite, sinapsi morte

Quando ti voglio
ti inseguo ovunque
e non so trovarti

stagioni diverse

Dicono che ogni sette anni i gusti cambino. Ma che nei gusti fossero incluse pure la stagioni, non me l'aveva spiegato nessuno.
Quando vivevo a Viareggio - praticamente una vita fa - aspettavo solo che arrivasse l'estate. Il caldo portava con sè i lavori sul mare, i flirt sotto le stelle di San Lorenzo, le notti di sbronze e risate e sabbia umida tra i capelli. E i vestiti colorati, i sandali comprati al mercato, le amicizie da ombrellone, i libri divorati in pineta.
All'università invece ero innamorata della primavera. Il primo sole che empiva di luce i tigli sul lungarno pisano, gli esami preparati al tavolino del solito  bar - un caffè 60 centesimi, una grappa 80 - le passeggiate in bicicletta alle piagge, l'illusione che ancora un ultimo sforzo e poi la sessione è finita, le nottate sui libri e i cornetti caldi comprati all'alba.
Stagioni in cui il corpo si scioglieva dal letargo e l'anima si alleggeriva, stagioni per sognare nuove vite e futuri improbabili, stagioni per seppellire nell'armadio i maglioni e la tristezza.
Adesso sono diventata una donna da inverno. Al primo gelo indosso guanti e cappello di lana, mi rannicchio davanti alla stufa con un the bollente accanto e il pc sulle ginocchia e cerco di scrivere.
La pioggia che scurisce il cielo di Firenze mi piace. La malinconia mi filtra dentro come nebbia e io mi nascondo dentro me stessa. Sto bene qui, sola anche in compagnia, con i pensieri lucidi e la punta del naso gelida.
E le birre bevute nel calore umido dei pub e le passeggiate notturne per le strade del centro deserte, e il vento che mi tira i capelli in faccia, le calze spesse e i taccuini alla stazione dei bus.
Niente può toccarmi in quest'aria rarefratta. E io esisto solo per il calore che esala dalle mie labbra come polvere di nuvole.

lunedì 10 novembre 2008

corsie


Ricordi i riflessi nel caffè
e le mani fredde, i geloni, i capelli spezzati

Ricordi il sale sulla faccia
e il vento sotto la gonna

Seduti sull'orlo
giocavamo con i giorni
scivolavamo giù
-ricordi-

Su corsie di luce e blu

E tu aprivi finestre su cieli nuovi
e io mi scrollavo nel sole
-ricordi-

Tutto nasceva
per noi

sabato 8 novembre 2008

è solo vita

Erano rimasti orfani di padre tra le due guerre e i loro anni sommati non arrivavano a dieci. Avevano combattuto insieme sui monti, come partigiani, il fratello maggiore capo di un battaglione, una medaglia a fine guerra, il fratello sedicenne che aveva imbracciato il fucile e aveva sparato per non essere ucciso.
Avevano lottato contro la miseria e la fame, insieme a proteggere la sorella e la madre, vedova a 29 anni, con tre bambini da tirare su e nemmeno un pezzo di terra da coltivare.
Avevano la stessa risata, la stessa voce dolce e profonda che ti teneva incollato alla loro parole, la stessa tenacia di vivere. Avevano il sangue forte di chi non ha avuto niente in regalo e la capacità di regalare tutto quello che avevano, con la generosità di chi sa che alla fine basta poco per andare avanti.
Mio prozio aveva i miei stessi occhi azzurri, scuri invece quelli di mio nonno, identico alla foto sbiadita di suo padre nel cimitero di Gualdo.
Mio prozio se ne andato in cinque minuti di infarto, è scivolato via senza soffrire, senza che mio nonno potesse dirgli addio. Se ne è andato un altro pezzo della migliore generazione che l'Italia abbia mai conosciuto, altro che gli ex sessantottini venduti al potere, altro che noi disgraziati disillusi e cinici, altro che gli eroinomani degli anni Settanta e i paninari degli Ottanta.
Loro erano l'ossatura del nostro paese, l'anima sempre più distante di un'Italia che sapeva sognare, lottare, amare con l'energia e lo spirito pratico di chi era abituato a non dare mai per scontato il pane in tavola.
Loro se ne vanno, uno dopo l'altro, e io resto a guardarli senza parlare, sperando soltanto che quello che hanno seminato nei nostri cuori un giorno sappia fiorire di nuovo, magari in chi verrà dopo di noi, magari nel figlio che un giorno metterò tra le mani di mio nonno, che darò alla luce prima che sia troppo tardi per condividere con lui il ricordo di un mondo che non esiste più.

venerdì 7 novembre 2008

i desideri non invecchiano

Le stagioni passano e la vita scivola via dalle dita come acqua. Sono cresciuta talmente in fretta che mi impressiona quando scopro che un amico mi ha superato in velocità.
Qualcuno che se ne va - e rimangono i ricordi - qualcuno che arriva, con un bagaglio di speranze.
Ci danniamo il cervello intorno alle grandi questioni quando in realtà è tutto così semplice da star male.









mercoledì 5 novembre 2008

l'erba del vicino

Ora, a me Obama sta pure simpatico. Ma non capisco tutto questo entusiasmo nostrano per una questione che tutto sommato non ci riguarda. Anche perchè la politica estera degli Usa difficilmente cambierà anche con Obama alla Casa Bianca. Gli elettori americani l'hanno detto chiaro e tondo qual'è la loro priorità: la crisi economica. Dal loro nuovo presidente si aspettano un giro di boa nella politica interna, ma non in quella estera.
E quindi: a noi che ce frega?
E poi perchè non impieghiamo questo risveglio di coscienza etica e politica per rivolgerla ai problemi dell'Italia, che ce n'è tanto bisogno?
Per carità, Obama il primo presidente di colore d'America. Un gran giorno per la democrazia e i diritti civili, ci mancherebbe.
Ma perchè per entusiasmarci e riavvicinarci alla politica abbiamo bisogno di un simbolo che venga dall'esterno? (Vi ricordate qualche anno fa Zapatero?)
Se davvero vogliamo credere di nuovo in qualcosa, che almeno ci riguardi, ci tocchi da vicino, si intrometta nella nostra vita di tutti i giorni. Questo governo distrugge l'università e la scuola, precarizza ulteriormente il mondo del lavoro, ci ruba il futuro e noi giovani italiani come coglioni davanti alla tv e a internet a raccontarci quant'è figo Obama.
Che furbi che siamo noi giovani progressisti di sinistra illuminati. Noi sì che abbiamo capito tutto.

martedì 4 novembre 2008

dietro lo specchio

Spesso mi viene chiesto perchè scrivo. Dove voglio arrivare scrivendo, cosa spero di dire che non sia già stato detto, che abbia la dignità di incontrare dei lettori.
Di sicuro non voglio arrivare da nessuna parte, che ci pensano già la mia vita e il mio lavoro a sballottarmi qua e là, a farmi rincorrere miraggi carrieristici a cui neppure credo, in fondo, a convincermi che bisogna puntare in alto.
Poco tempo fa per lavoro ho intervistato Paolo Giordano e lui ha detto che non ha mai scritto per se stesso, ma pensando già a chi l'avrebbe letto.
La mia posizione è opposta. La letteratura è il solo campo di libertà che ho. L'unico in cui non devo far finta che la gente mi stia simpatica o intessere relazioni o scegliere temi accattivanti per il pubblico.
Io scrivo prima di tutto per una mia esigenza, come lo è mangiare, bere alcolici e fare l'amore. Io vivo per momenti come ieri sera, in cui la storia si trasmette direttamente dal cervello alle dita sulla tastiera del pc, in cui i personaggi iniziano ad assumere vita e carattere propri, altro rispetto a me, e la mia coscienza diventa un semplice tramite tra l'inconscio e la realtà.
Io non programmo niente quando scrivo, che mi annoierei sennò, sarebbe la solita solfa di appuntamenti e scadenze e bollette da saldare.
Io racconto storie e cerco di far luce negli angoli del mondo dimenticati, in quelli che non sono per niente fighi eppure ci si vive per anni, decenni, per intere esistenze.
Io scrivo di pancia finchè dura, poi mi fermo sei mesi e ci metto due anni a finire un romanzo. E mi sta bene così.
La letteratura è il mondo che sta dietro lo specchio della mia vita.
Qui devo qualcosa solo a me stessa e non voglio niente da nessuno. Qui non mi aspetto successo o soldi o fama o l'ingresso nel famigerato universo culturale.
Qui spero solo che qualcuno leggendomi senta qualcosa incastrato tra la gola e lo stomaco e abbia voglia di andare avanti fin dove lo portano le mie parole.

lunedì 3 novembre 2008

las vegas - Insipienza Astrale

Continuano le presentazioni dei blogger scelti per la fighissima antologia di Las Vegas. Oggi l'ospite è Giacomo Buratti di Insipienza Astrale. Il ragazzo ha solo 20 anni e promette molto bene, il che ci consola non poco, forse non è vero che questa generazione ha subito una lobotomia di massa. Qualcuno almeno s'è salvato.
Queste conversazioni sono eccezionali. A voi.


Short Imagined Dialogues


In Autobus

Signore Anziano: Eh certo che voi ragazzi sempre attaccati a quei cosi per la musica...

Sedicenne che torna a casa da scuola: Come scusi?

SA: Dicevo: sempre con le cuffie nelle orecchie, eh?

S: Oh, guardi, ha ragione. E' che faccio il critico musicale e devo scrivere questo pezzo, per domani. Oddio, non è molto professionale ascoltare dischi sull'autobus, però sto andando - Oh, scusi, la sto annoiando.

SA: No, no. Prego, continui.

S: Devo andare a pranzo con l'editore di una rivista musicale.

SA: Capisco. Scusi se l'ho disturbata, allora.

S: Si figuri. Tanto questa roba avrebbe ricevuto una sonora stroncatura lo stesso.


***


A: Scusi, scende alla prossima?

B: (piangendo) Mi hanno dato due settimane.


***


Quattordicenne 1: E così cioè gli ho detto tipo gli ho detto Senti ma chi ti credi di esse' scusa?

Quattordicenne 2: Ma dai. E cioè, lui?

Q 1: E lui mi guarda con quella faccia tipo da pesce lesso hai presente? Mi guarda e mi dice tipo Senti a me quel libro non m'è piaciuto, va bene? che ci posso fare? Cioè, capito?

Q 2: Che deficiente. Cioè deficiente proprio. E tipo tu che gli hai detto?

Q 1: E niente cioè scusa tu che avresti fatto? Io gli ho detto Bello, dico, qua non si discute: Pynchon ti deve piace' per forza.


***


A: Scusi, non è che aprirebbe il finestrino? Si muore dal caldo.

B: Le hanno mai detto che l'aspirapolvere fu inventato nel 1908?

domenica 2 novembre 2008

conversazioni (5)

"Ti giuro, io non la sopporto più la gente"
"Sai che novità"
"No no, guarda, ho raggiunto la soglia finale. Prendi oggi, sull'autobus, stretti come bestie al macello, costretti a respirarci a vicenda, che schifo"
"Allora ti dà noia la folla, non la gente"
"La folla è fatta di gente! C'era una tipa con i calzoni così bassi che le si vedeva il culo, uno che non la finiva di tirare su con il naso, le solite vecchie che brontolavano su tutto, uno strazio"
"Anche tu diventerai una vecchia che brontola sempre"
"Da vecchia non solo brontolerò ma girerò con un bastone e lo userò per picchiare chi mi rompe le palle. Pensa che alla fermata c'era un gruppo di ragazzotti idioti che facevano scoppiare petardi, avrei voluto farglieli ingoiare! Se avessi avuto sessant'anni li avrei presi a schiaffi"
"E loro ti avrebbero messo un petardo nella borsa"
"Bene: guerra aperta! Quando sarò vecchia finalmente potrò dire cose come non c'è più rispetto, andate a lavorare imbecilli, io alla vostra età avevo già quattro figli, eccetera"
"Cazzo, sarai insopportabile"
"Esatto. Finalmente si invertiranno i ruoli e sarò io a rompere le palle al prossimo"
"Messa così la vecchiaia ha il suo fascino"
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