
La malinconia
che ammanta il cielo
e la melodia
che solleva il velo
non è credibile.
La strada che ho intrapreso
non ha più peso,
né questo spleen di mezza primavera
mi rende vera.
Poiché inspiro
e vivo
la nullità del presente.

La malinconia
che ammanta il cielo
e la melodia
che solleva il velo
non è credibile.
La strada che ho intrapreso
non ha più peso,
né questo spleen di mezza primavera
mi rende vera.
Poiché inspiro
e vivo
la nullità del presente.

Per i pochi ma affezionati lettori di questo blog: nel weekend ho partorito l'insana idea di iniziare a segnalarvi un libro alla settimana.
Perchè dovremmo seguire i tuoi consigli? Vi chiederete.
In effetti non ce n'è motivo, questa rubrica sarà più che altro il semplice sfogo di una lettrice onnivora e esigente qual sono, che a volte ha la fortuna di imbattersi in un libro che la colpisce all'anima.
Voglio inziare da un autore che io amo molto, uno scrittore visionario al punto giusto, dallo stile elegante e leggero che mi sfiora il cuore e mi imbriglia i sensi.
Italo Calvino e le sue Città invisibili hanno dato decisamente un altro senso ad una domenica passata sul divano e hanno coltivato la mia immaginazione.
"Isodora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza.
La città sognata conteneva lui giovane; a Isodora arriva in tarda età.
Nella piazza c'è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi."
Marco Polo, ambasciatore inviato in terre lontane dal Gran Kan dei Tartari, racconta al suo signore i luoghi che ha visitato, quelli che ha immaginato di vedere e quelli che sono esistiti solo nel breve spazio di uno sguardo tra il veneziano e l'imperatore.
E sono città dell'anima, metafisiche e metaforiche, allegoriche, dolci come un bacio rubato nel dormiveglia, eteree come le scie di un'alba invernale.
"Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrovava un suo passato che non sapeva più di avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti"
Lo consiglio soprattutto a chi desidera fare un viaggio dentro se stesso, ai sognatori incalliti, ai meditabondi e agli aspiranti scrittori che vogliono prendere lezioni di impalpabile grazia da questo pittore di emozioni che è Italo Calvino.
(Ligure, proprio come Eugenio Montale. Un caso? Secondo me no... ).
Buona settimana. :-)

Gli autobus sono come la vita.
Pensava Marisa con il viso appoggiato al finestrino mentre fuori scorreva lenta la città addormentata nei colori di quel crepuscolo.
Le luci dei lampioni quasi le ferivano gli occhi, così distolse lo sguardo.
Era seduta in fondo al bus, in quell'unico angolo silenzioso che di solito la gente evitava.
Sola, come era sempre stata.
Il cappello scuro calato sul volto la isolava dalla realtà, da quell'umanità composita da cui ancora una volta si trovava esclusa.
Se solo quella corsa fosse continuata all'infinito avrebbe potuto leggere in fondo agli occhi di ciascun passeggero una storia con cui scaldarsi il cuore.
Un vecchio nero dalle mani grandi e dallo sguardo assente che rigirava tra le mani uno strano pacchetto.
Un bambino dallo zaino pesante, incurvato sotto il tocco della madre, che già sembrava sognare un domani migliore.
Una ragazza in abiti succinti, le gambre affusolate che fuoriuscivano dalla gonna, i grandi occhi azzurri disegnati dal rimmel e un livido mal nascosto sotto la sciarpa.
Marisa si divertiva a soppesare quelle facce che le scorrevano davanti senza notarla, che ancora una volta la guardavano senza vederla davvero.
Come avrebbe voluto avvicinarsi alla purezza negli occhi della giovane donna che le stava davanti. Gustare la consistenza delle braccia di quel ragazzo che sollevava le sporte delle spesa.
Le labbra delicate di un bambino, il profumo dolce e un po' stantio di un'anziana nel suo cappotto, la sensualità di una ragazzina che si scostava i capelli dal viso, la tristezza di una madre che per un secondo intuisce l'uomo nascosto nei tratti di suoi figlio.
Le emozioni scorrevano sotto la pelle dell'apparenza come fasci di colore nel buio, come raggi di luna imprigionati in un riflesso.
Chissà se sarebbe mai riuscita a fare sue quelle sensazioni, a essere lei quella che evocava brividi e sospiri, che portava dentro sè un segreto che qualcuno avrebbe desiderato svelare.
(continua....)

Amare è riconoscere nell'altro le proprie contraddizioni
Amare è capire che un raggio di sole è tale solo dopo la pioggia
Per uscire dalla favola ed entrare nel sogno
Per vivere oltre le apparenze
In un caos di vite e anime che mi strega il cuore

Tutto è bugia
appesa a reti di finzioni.
Tutto è inganno,
raggiro, truffa e disimpegno.
Riluce a tratti l’anima
su una ragnatela di vita.

Impressioni fuggenti
Di quello che siamo
Dividono le pareti dell’anima
Gli sguardi non sanno parlare
E le paure che ci corrodono il sangue
Scorrono in linfa vitale
Rompere la bolla del fato
Spezzare le fibre del cuore
Scartare la vita di lato
Alla fine solo una strada arida
Dove chiudere gli occhi
Dentro un lacrima




Ogni sensazione è amplificata dall’attesa: l’odore del mare, la ruvidezza del panno col quale ho asciugato le tazzine, la fragranza delle brioche calde.
So, all’improvviso so, che non ci sarà un altro giorno.
Non come questo.
Non che valga la pena gustare fino in fondo.
Il tempo scorre ma oggi ne sono padrona. Domani, chissà, mi scivolerà via dalle dita, ma adesso per un’effimera illusione trattengo saldamente le redini del mio destino.
Il panino imbottito non è mai stato così fresco e mentre lo gusto con voluttà sdraiata sul patino lente le onde mi accarezzano le gambe.
C’è una tale serenità nel cielo che sembra l’eternità debba iniziare oggi.
Per un istante mi accorgo che non sto pensando al futuro come sono solita fare quando pranzo da sola. Non sto progettando viaggi, avventure, piccole felicità, né rivivendo momenti di gioia.
L’attimo mi basta e riempie completamente la mia pelle, accarezzandone ogni poro.
L’unico futuro che riesco ad immaginare è stasera e nel tornare a casa dopo il lavoro non compro il latte per la colazione, come se volessi fare economia di un tempo che so sarà ugualmente meschino.
I visi dei miei genitori a cena sono tesi ma sorridenti e fino all’ultimo mi trattengono con piccoli scherzi e battute. Sono felice e divertita ma la sera già cala e presto dovrò andare.
So che Lui mi aspetta e proprio non posso tardare.
Non stasera.
Non mentre il tramonto riluce ed esplode sul mio sentiero, non mentre l’aria profuma di stelle.
Quando arrivo all’appuntamento già la luna illumina i nostri visi e per un interminabile secondo ci sorridiamo dai due lati della strada.
L’impazienza fa fremere i nostri corpi e so che neppure stavolta riuscirò a fermare la mia corsa sciagurata.
Cieca d’amore e speranza, spinta da mani invisibili, un passo dopo l’altro attraverso il largo viale che ci separa: non ho negli occhi che le sue braccia tese, non ho nelle orecchie che il suo grido disperato.
Il camion sfreccia veloce, ignaro mezzo della sorte e l’amore appesantisce i miei passi, come un irrinunciabile fardello.
Ancora una volta corro e corro verso la vita ma fallisco l’ultimo scatto e il buio mi travolge in un intrico di sangue e lamiere.
“Ti prego fa’ che questo giorno non finisca mai!”
Urlo alle stelle nell’assordante fragore della morte.
Hai mai desiderato rivivere un giorno dall’inizio per un volta soltanto?
Ma per l’eternità?
(THE END)

"Non saprai mai cosa è abbastanza
se prima non sai cosa è troppo.
La via dell'eccesso
porta al palazzo della saggezza.
Se il folle persiste nella sua follia
diventerà saggio".
William Blake
meditate, gente, meditate...

Che presunzione
accendere le stelle una ad una,
senza cerino.
Che delusione
cercare l’amore
dove non può fiorire che tepore,
rincorrere l’illusione
di crederti mio.
Allora appenderò a questo cielo di plastica
le promesse
di un domani inesistente.



E’ mattino.
Lo so perché sento sul viso il calore del sole e anche se le palpebre sono pesanti basterà un piccolo gesto per aprirle.
Mi stiracchio lentamente e assaporo il gusto un po’ metallico dell’acqua sul mio comodino.
La sveglia mi avvisa che è l’undici Luglio 2002 e sono esattamente le 8:30.
Bisogna mettere continuamente questi segnalibri al tempo per non smarrirsi, arginare l’onda dell’oblio con solidi paletti.
La radio trasmette una canzone che mi è cara e mentre faccio la doccia ricordo tutto: il suo viso, le sue mani, i suoi occhi dorati.
Staserà lo vedrò e un’amara dolcezza mi riempie le labbra al solo pensiero.
Sono solo una ragazza di vent’anni ma credo di poter dire che questo sarà il più bel giorno della mia vita.
Probabilmente ne seguiranno altri meravigliosi ma l’emozione di questa mattina così pura, primitiva, unica sarà la base di ogni mia altra felicità.
Prendo il motorino per recarmi al lavoro e percorro veloce il lungo viale alberato, mentre il vento mi scompiglia i capelli e gioca con la mia gonna.
E’ come se viaggiassi spinta da qualche indescrivibile forza verso il mio destino, la mia anima ne è invasa: non ci sarà più domani né ieri, tutto si annullerà in quell’istante, l’istante in cui per la prima volta ci doneremo l’uno all’altra completamente, senza riserve. Stasera qualcosa di me morirà e per questo con trepidazione trattengo in ogni fibra del mio essere l’agrodolce memoria dell’attesa.
Giungo sul lavoro nell’accecante luce del mattino e mentre pulisco il bancone del bar l’odore del mare mi pizzica i sensi, rimane imprigionato sulla mia pelle.
Servo il caffè ai clienti più mattinieri e sorrido ai loro bambini.
Ogni singolo gesto, ogni piccola routine è avvolta dalla magia: dal mio viso, dalle mie mani, fili invisibili si collegano all’universo e la sua luce mi inonda il viso.
All’improvviso quel sapore metallico mi riempie la bocca ma cerco di scacciarlo via col succo d’arancia e sbadatamente lo rovescio sul petto.
“Signorina si è macchiata la camicetta!” Il gentile richiamo di un bambino mi strappa un sorriso ed è come se con quel sorriso illuminassi il mondo intero.
La macchia si allarga e riluce come un rubino (sangue) sul colletto (pelle).
Mi risveglio dalla mia trance improvvisa e la lavo via.