venerdì 28 settembre 2007

NEBBIA (atto I)


Avevamo ballato fino all’ultimo respiro, sull’onda di un’emozione primordiale avevamo unito i nostri corpi nel ritmo, le mani congiunte davanti al viso, le gambe che seguivano da sole l’armonia.


Se mai ce n’era sotto il trucco pesante, sotto le palpebre coperte di brillantini, i costumi improvvisati e il rimmel un poco colato.


Ultimo rione di Carnevale a Viareggio, ultimi bicchieri di sangria bevuti alla goccia, ennesime tequile trangugiate in fretta.


Nell’oblio della maschera avevamo dimenticato chi eravamo, imbrigliati nelle maglie di quella magia da due soldi, stregati dal potere dell’illusione.


E ad un tratto la musica era cessata, un silenzio gelato ci era calato addosso, senza alcun riguardo il freddo pungente di Febbraio aveva scosso le nostre membra stanche e per un attimo il disorientamento aveva annullato ogni pensiero.


“Ragazzi non ci fanno continuare! Il rione è finito all’anno prossimo!”


La voce del ragazzo sul palco, ottenebrata dall’alcool, era suonata come un ingiusto ultimatum. Dalla piazza si erano levati fischi di protesta, ma era irragionevole. Era finita anche quell’anno e negli occhi dei miei amici leggevo lo stesso disincanto che accendeva i miei.


Mi staccai da Sandro e mi tirai indietro i capelli dal viso.


“Potevano anche continuare un po’!” Esclamò Maria e commenti simili piovvero da tutti. Solo io tacevo e dalle gradinate della chiesa osservavo la folla smarrita ricomporsi, cercare la via di casa. Mi accesi una sigaretta e solo allora notai la nebbia.


Si era infiltrata pian piano trai banchetti, intorno alle case, languida e densa come un manto di sogni.


“Cos’è questa nebbia?” Domandai a Sara e lei alzò le spalle.


“Verrà dal canale, è normale anche se in effetti non ne avevo mai vista così tanta.”


Ci sedemmo sugli scalini e Manuel tirò fuori dalla borsa il vino.


“Ragazzi bisogna finirlo, non si può mica tornare a casa con la boccia mezza piena!” Ridemmo e iniziammo a passarcela, mentre accanto a noi la folla un po’ scemava, un po’ si attardava intorno ai residui della serata.


Bevevo e scherzavo ma un’inquietudine inspiegabile s’infiltrava sottopelle, nei pensieri, mi scuoteva le mani. Ne cercai conferma nei visi dei miei amici ma non c’era dubbio: nessuno condivideva la mia strana sensazione.


Mi guardai intorno, tra le decorazioni sdrucite ed umide, tra ubriachi e coppiette ancora appartate, finché mi resi conto che c’era un solo dettaglio a disturbarmi: la nebbia. Adesso lambiva gli angoli della chiesa, già non distinguevo più con chiarezza la folla rimasta nella piazza, già i contorni della realtà sembravano sfumare in quel niente indefinito.


Scrollai la testa e mi attaccai alla bottiglia, non c’era motivo di preoccuparsi, era solo un po’ di nebbia, sarebbe scomparsa presto e in ogni caso non ero io a guidare quindi non era un mio problema. Gettai un’occhiata a Sandro, l’autista della serata, ma i suoi occhi arrossati non mi dettero alcun conforto.


Avevamo bevuto tutti, fumato le solite canne e anche i miei pensieri avevano perso la loro lucidità, come quel paesaggio viareggino che svaniva lento.



(continua......)

giovedì 27 settembre 2007

Una ragazza da 10 e lode (atto 1)



Sofia si guardava allo specchio e non riconosceva più la sua immagine.


I bordi un po’ squadrati dello specchio di quel cesso di periferia di certo non la aiutavano nell’impresa. Si passò una mano tra i capelli corti e si mise di profilo.
L’idea che il suo riflesso esisteva anche se lei non poteva vederlo l’aveva sempre inquietata, e il riemergere di quella sensazione familiare la fece sentire per un poco di nuovo se stessa.


Uscì dal bagno sbattendo la porta e se la svignò dal bar cercando di non dare nell’occhio. In che progetto folle si era fatta coinvolgere, non riusciva ancora ad afferrarne tutta la portata.


Lei, il Lupo e Lore stavano per svaligiare una banca.


Lei, dottoressa in Lettere con centodieci e lode, avrebbe fatto il palo, mentre il Lupo e Lorenzo si sarebbero occupati della parte più dinamica, tanto per usare un eufemismo. Certo il suo ruolo era molto meno rischioso dei loro, ma non si faceva illusioni: se avessero preso quei due ci avrebbero messo all’incirca dieci minuti a risalire a lei. Se fosse volata della merda sarebbe ricaduta addosso anche a lei.


Si sedette su una panchina e inspirando il fumo denso delle sue Diana cercò di ricordare come avevano fatto a convincerla a far parte di quell’assurdo progetto.


Se non altro non lo aveva fatto per amore, di questo poteva andare fiera. Non era la ragazzina sciocca e innamorata traviata dal compagno delinquente. Prima di tutto perché a 29 anni non poteva più definirsi una ragazzina, ma soprattutto perché lei e il Lupo non si amavano, si limitavano a scopare insieme da quando erano ancora due liceali, tutto lì. Ogni tanto si incontravano, parlavano, bevevano una birra e andavano a letto insieme. Era come masturbarsi andare a letto con il Lupo per Sofia, era come ritrovare se stessi tra le braccia di un’altra persona, come scindersi e poi ricongiungersi, ogni volta era come se non si fossero mai lasciati. Eppure non era innamorata di Sandro, detto il Lupo, forse lo era stata nei primi anni del loro strano legame ma era molto tempo ormai che non pensava a come sarebbe stato essere la sua ragazza.


Si permise di farlo in quel momento, seduta in quella piazza mentre il cielo andava scurendosi, dimenticando che era lì solo per studiare il luogo della rapina, dimenticando che si era ripromessa di non pensarci più.


Avrebbero potuto farcela lei e il Lupo ad avere una relazione normale? E poi cosa voleva dire normale? Qualunque accezione le venisse in mente sarebbe sempre andata stretta per il Lupo. Lei sì era ‘normale’, non proprio una ragazza qualunque ma nemmeno una da dieci e lode, nemmeno una di quelle che riescono a metterti radici nell’anima. Tutto qui.


Cosa ci faceva una come lei a fare la basista in una rapina di dilettanti? Le scappava quasi da ridere.


Non era mai andata oltre qualche piccolo taccheggio ai tempi delle scuole medie, quando con le amiche rubava penne colorate e smalti con i brillantini, giusto per provare il brivido del furto, giusto per sentirsi più forte, più grande, più viva di prima.


E ora stava per diventare una vera ladra. C’era quasi della poesia in questo e Sofia all’improvviso si rese conto del perché aveva detto sì.


Insomma nella sua vita non c’era niente di grandioso, niente che valesse la pena raccontare o essere ricordato. Una laurea, un lavoro serale come cameriera per sbancare il lunario, un lavoro precario come correttrice di bozze in una piccola casa editrice. Niente di più.


In quella storia ci era finita come per gioco e non sapeva ancora come ne sarebbe uscita.


(continua.....)

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