
Avevamo ballato fino all’ultimo respiro, sull’onda di un’emozione primordiale avevamo unito i nostri corpi nel ritmo, le mani congiunte davanti al viso, le gambe che seguivano da sole l’armonia.
Se mai ce n’era sotto il trucco pesante, sotto le palpebre coperte di brillantini, i costumi improvvisati e il rimmel un poco colato.
Ultimo rione di Carnevale a Viareggio, ultimi bicchieri di sangria bevuti alla goccia, ennesime tequile trangugiate in fretta.
Nell’oblio della maschera avevamo dimenticato chi eravamo, imbrigliati nelle maglie di quella magia da due soldi, stregati dal potere dell’illusione.
E ad un tratto la musica era cessata, un silenzio gelato ci era calato addosso, senza alcun riguardo il freddo pungente di Febbraio aveva scosso le nostre membra stanche e per un attimo il disorientamento aveva annullato ogni pensiero.
“Ragazzi non ci fanno continuare! Il rione è finito all’anno prossimo!”
La voce del ragazzo sul palco, ottenebrata dall’alcool, era suonata come un ingiusto ultimatum. Dalla piazza si erano levati fischi di protesta, ma era irragionevole. Era finita anche quell’anno e negli occhi dei miei amici leggevo lo stesso disincanto che accendeva i miei.
Mi staccai da Sandro e mi tirai indietro i capelli dal viso.
“Potevano anche continuare un po’!” Esclamò Maria e commenti simili piovvero da tutti. Solo io tacevo e dalle gradinate della chiesa osservavo la folla smarrita ricomporsi, cercare la via di casa. Mi accesi una sigaretta e solo allora notai la nebbia.
Si era infiltrata pian piano trai banchetti, intorno alle case, languida e densa come un manto di sogni.
“Cos’è questa nebbia?” Domandai a Sara e lei alzò le spalle.
“Verrà dal canale, è normale anche se in effetti non ne avevo mai vista così tanta.”
Ci sedemmo sugli scalini e Manuel tirò fuori dalla borsa il vino.
“Ragazzi bisogna finirlo, non si può mica tornare a casa con la boccia mezza piena!” Ridemmo e iniziammo a passarcela, mentre accanto a noi la folla un po’ scemava, un po’ si attardava intorno ai residui della serata.
Bevevo e scherzavo ma un’inquietudine inspiegabile s’infiltrava sottopelle, nei pensieri, mi scuoteva le mani. Ne cercai conferma nei visi dei miei amici ma non c’era dubbio: nessuno condivideva la mia strana sensazione.
Mi guardai intorno, tra le decorazioni sdrucite ed umide, tra ubriachi e coppiette ancora appartate, finché mi resi conto che c’era un solo dettaglio a disturbarmi: la nebbia. Adesso lambiva gli angoli della chiesa, già non distinguevo più con chiarezza la folla rimasta nella piazza, già i contorni della realtà sembravano sfumare in quel niente indefinito.
Scrollai la testa e mi attaccai alla bottiglia, non c’era motivo di preoccuparsi, era solo un po’ di nebbia, sarebbe scomparsa presto e in ogni caso non ero io a guidare quindi non era un mio problema. Gettai un’occhiata a Sandro, l’autista della serata, ma i suoi occhi arrossati non mi dettero alcun conforto.
Avevamo bevuto tutti, fumato le solite canne e anche i miei pensieri avevano perso la loro lucidità, come quel paesaggio viareggino che svaniva lento.
(continua......)
